Italia

Quel che Cavour insegna all’Europa

di Riccardo Sorrentino


default onloading pic
(BY)

2' di lettura

Non era facile. Riproporre la figura di Camillo Benso conte di Cavour, dopo decenni di retorica risorgimentale (seguiti da un altrettanto retorico oblio…) è compito arduo. Non impossibile però: lo statista italiano, rimasto quasi subito senza veri eredi politici e culturali, può essere una «fonte d’ispirazione», ha detto ieri il presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. L’occasione è stata la consegna del Premio Cavour 2016 - devoluto da Draghi ai terremotati - a Santena, nel castello dove ha vissuto ed è sepolto il politico sabaudo.

Tracciando dei puri e semplici paralleli, delle «somiglianze» tra il mondo culturale di Cavour e la situazione attuale dell’Italia e dell’Europa, l’inconsueto discorso di Draghi – non c’è stato accenno alla politica monetaria, per esempio – ha evitato i pericoli della retorica ma anche quelli della celebrazione. Il presidente della Bce ha anzi affrontato da subito la più controversa iniziativa della vita politica di Cavour, quel connubio con cui la sua Destra storica aprì alla sinistra e che divenne nel tempo, nelle mani di leader non solo meno abili ma anche meno consapevoli e di più debole tempra, il famigerato trasformismo. Draghi disegna così una figura di politico che ha una visione – non necessariamente una strategia – ma è pronto a compromessi, purché sappia guidarli e non farsene guidare.

Come? Con un’ampia (e «non provinciale») cultura politica innanzitutto: Cavour fu il più anglosassone nei nostri statisti, in un’epoca in cui la Gran Bretagna era all’avanguardia in politica e in economia (l’Europa non sembra aver compreso cosa significhi perdere, con Brexit, l’approccio britannico). Una cultura senza però astrattismi: il riferimento a Francesco Ferrara, che era portatore della stessa cultura, ma da studioso e da economista, è scelto con cura.

È anche significativo che Draghi abbia colto l’esempio di Cavour per porre economia e politica sullo stesso piano. Non c’è spazio - è la conclusione che se ne può trarre - per un primato della politica,per il quale si cerca oggi nuova energia nella contestazione della globalizzazione o dell’Unione monetaria. Il discorso, però, si può anche rovesciare: l’Europa è stata costruita sul presupposto che “la politica seguirà l’economia” o “sarà condizionata dall’economia”, in una sorta di materialismo storico - evidentemente non marxista - che più in generale è stato contestato a tutta la corrente culturale del neoliberismo.

Draghi sembra piuttosto invitare a un liberalismo più completo, meno asfittico. Che eviti il linguaggio degli énergumènes - una bella e attuale espressione ripresa poi da Luigi Einaudi - e sappia anche conciliare l’apertura e la collaborazione internazionale con l’indipendenza nazionale, quella dei Paesi capaci di «crescere anche da soli». Un’attitudine di cui ci siamo dimenticati.

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...