FERNANDO BANDINI

Quel che resta del tuono

di Carlo Ossola

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Un dipinto caratteristico del grande pittore considerato, insieme a Paul Delvaux, il maggior esponente del surrealismo in Belgio


4' di lettura

Al ricordo che tracciai, su questo «Domenicale», il 30 dicembre 2013 (Fernando Bandini era scomparso il giorno di Natale), vorrei aggiungere questo suo garbato autoritratto, che lo dipinge affabile e ironico, com’egli era, teneramente fedele alla propria Vicenza: «Non giro per salotti, / ho amici all’arsenale ferroviario. / Mi reco dai droghieri / dei quartieri, / raccolgo lamentele sulle tasse. / Questo è un poeta? – dicono / i miei concittadini. / Mi voltano le spalle / e nelle loro serre tra lavanda, / gerani e calle, / piangono di tenerezza sulla Miranda / di Antonio Fogazzaro» (Questo posto amerò più di ogni altro). All’affettuoso profilo biografico che premette all’opera Lorenzo Renzi potrei intessere molti ricordi dei condivisi anni ginevrini, ma nulla aggiungerebbero alla storia di una poesia trilingue (italiano e latino e veneto) di profondità ed eleganza, che questo volume restituisce allegando altresì l’importante opera di traduttore: «Ti canterò su nuove corde, / o tenera vigna che giochi / nel deserto del mio cuore. // Sii coronata di ghirlande / donna soave nel cui nome / vengono rimessi i peccati» [«Novis te cantabo chordis, / O novelletum quod ludis / In solitudine cordis. // Esto sertis implicata, / O femina delicata, / Per quam solvuntur peccata !»: Baudelaire, Franciscae meae laudes ].

Come ha sottolineato Gian Luigi Beccaria, non va sottaciuta la dolente coscienza che «da La mantide e la città (1979) in poi Bandini ha mostrato per la fine improvvisa in Italia del mondo rurale, la violenza che ha operato su di esso la civiltà industriale […]: al poeta non rimane che porre, a futura memoria, “lapidi / dove una volta erano voli e gridi”». Ma, a differenza di Pasolini e di Zanzotto, che quel mondo egualmente han visto svanire, Bandini ha il dono di preservare, come uno spigolatore della minima memoria, il profumo di un nome: «Il più antico profumo che ricordo / della mia infanzia è l’uvaspina: / C’è tutto un cielo nel folto di una siepe / e di là dalla siepe un cane latra. // […] // Ma tu chicco lucido e teso col segno dei meridiani, / mia piccola stella uvaspina / sorvegliata da Cerbero, / che hai per notte l’intrico di rametti e di fronde, / era bello schiacciarti tra i denti, / chicco aspro mio astro ora immerso nell’oscurità / che sembri così remoto e solo a poca distanza / dalle mie spalle sei svanito» (Il ritorno della cometa, da Santi di Dicembre). Non è elegiaco il suo contemplare, ma forte di quella simbolica ch’egli attingeva da Arnaut Daniel (finemente tradotto) e da Dante: «Il tempo è un grande albero: quaggiù / ne vediamo spuntare e cadere le foglie / ma dentro i cieli è la radice oscura» (ibidem).

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Allontanava le angustie dell’anima, le strettoie degli affetti in un latino che tutto preserva del tempo passato, e dell’intimo perduto: «Dum precum volvo veterem libellum / quem tibi saepe in manibus videbam / e piis elapsa repente chartis / est myosotis. // Quam diu, mater, tacitos quot annos, / aridi floris fragiles corollas / hic tuae codex animae suapte / presserat umbra?» [«mentre sfoglio il vecchio libretto di preghiere / che vedevo spesso tra le tue mani, / dalle pie carte è scivolata fuori / una miosotide. // Quanto a lungo, madre, per quanti anni in silenzio / questo codice della tua anima aveva / racchiuso nel suo buio le fragili corolle / del fiore rinsecchito?»] (Ramus aureaus / Il ramo d’oro; uno dei poemetti più intensi di tutta l’opera di Bandini). Era conscio che quel suo comporre - si vedano i versi latini per Andrea Zanzotto o il vertiginoso Coelum Sacelli Xystini, Il cielo della Cappella Sistina - non aveva presente; ma egli lo rivendicava con quieta determinazione: «Resta in me […] la forte consapevolezza di essere un epigono. Non mi illudo che quest’esercizio possa presentarsi ai giorni nostri fornito di una qualche legittimità. Ma è proprio questa condizione di epigonicità a stimolarmi; ad essa cerco di fornire un significato paradossale di speranza, in spe contra spem, di fronte all’attuale afasia della lingua poetica» (Scrivere poesia in latino oggi, 1996).

Bandini ha insegnato «Metrica e stilistica» nell’Università di Padova, e Rodolfo Zucco ha opportunamente ricordato “l’onore della rima” che il poeta ha difeso e rivendicato – magari interna, magari impercepibile: è «quello che resta dei tuoni», dopo il lampo, e lo squarcio del senso: «Fu quella voce / il primo suono di parole - / un po’ prima del sorgere del sole», un accompagnare, da ancella, l’oscillare del ritmo: «Ti dico addio, fantasma della mia notte cava, / qui dai binari morti tra Noventa ed Ostiglia» (Fantasma).

Bandini ha dato molto alla propria città, anche come politico indulgente (L’arcipelago gulasch: scemantica del linguaggio politico, 1980) e presidente fervido dell’Accademia Olimpica; ma è stato soprattutto insegnante e studioso di grande dedizione e finezza di spirito: vorrei ricordare il suo commento ai Canti di Leopardi (1975 e ss.), sobrio, luminoso, il più bello che il Novecento ci abbia offerto: «Ecco rispunta in pieno inverno / il fiore della ginestra / […] / Stirpe di Adamo in cerca di certezze / gridiamo che la terra è il nostro regno / e quest’Oceano in furia resta l’unico segno / che abbiamo dell’Eterno» (Natale 2004).

Fernando Bandini, Tutte le poesie , a cura di Rodolfo Zucco; Introduzione di Gian Luigi Beccaria; con un saggio biografico di Lorenzo Renzi, Milano, Mondadori – Vicenza, Accademia Olimpica,
pagg. 726, € 28,00

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