Sostenibilità

Quel circolo virtuoso tra filiera sostenibile e clienti fashion

Le aziende stanno mettendo in pratica le istanze indicate dal mercato

di Giulia Crivelli


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Greta Thunberg al vertice di Davos. Ai piedi portava degli stivaletti Save the Duck, marchio italiano al 100% animal free

3' di lettura

Greta Thunberg non è stata il personaggio più cercato su Google nel 2019: sul podio si sono piazzati Nadia Toffa, Luke Perry e Mia Martini, purtroppo tutti morti. Forse Greta lo sarà nel 2020. O forse no. Di certo da molti mesi la parola più utilizzata e ascoltata è verde. Anzi, green, in Italia e nel mondo (solo i francesi insistono a non tradurla e usano vert). È diventato tutto verde: l’economia, la finanza, i convegni, le auto, i programmi politici. La sostenibilità ambientale, in questo momento, sembra aver scalzato quella sociale. Dovremmo in realtà vederle come un unicum: proteggere i territori nei quali abitiamo e operiamo e il pianeta nel suo complesso è l’unico modo per rendere sostenibili le nostre società.

La moda non ha scoperto oggi il rispetto per l’ambiente, anche perché chiunque lavori nella filiera ha coscienza da sempre degli effetti inquinanti intrinseci nell’industria tessile, in particolare nella parte a monte (tessuti e concia ad esempio). La svolta è la consapevolezza di ogni altro anello del sistema: avere rispetto per l’ambiente significa anche rendere più efficiente la logistica, puntare al risparmio energetico nei negozi, nei magazzini, negli showroom. Vuol dire ripensare il packaging e gli imballaggi.

Da sinistra proposte Gilberto Calzolari, Boyish e Flavia La Rocca

Faremmo torto a tutti gli attori della filiera a pensando che la svolta verde sia recente, ma è altrettanto vero che una spinta ad accelerare ogni comportamento virtuoso e ad aumentare la cooperazione all’interno dei settori sono stati i consumatori e la generazione più giovane: i coetanei di Greta, naturalmente, affiancati da ragazze e ragazzi che hanno tra i 20 e i 30 anni. Stanno contagiando sorelle e fratelli maggiori e forse persino genitori e nonni. Perché il loro argomento più forte non ha più bisogno di essere spiegato: i cambiamenti climatici sono sotto gli occhi di tutti e in qualche modo oguno di noi ne ha già sperimentato gli effetti. Resiste il principe dei negazionisti dell’emergenza climatica, che è anche l’uomo più potente del pianeta, Donald Trump. Mentre hanno capitolato altri scettici della prim’ora, come il premier britannico Boris Johnson, che tra le misure annunciate dopo la schiacciante vittoria alle politiche di dicembre, ha confermato il piano della rivale Theresa May per rendere il Regno Unito carbon neutral entro il 2050. Circolo virtuoso, dicevamo: il sistema del tessile-moda-abbigliamento sta anticipando leggi e regolamenti internazionali, dandosi codici di condotta e strumenti di misurazione, trovando una inedita unità di intenti e volontà di collaborazione e condivisione di best practice. Emblematico il Fashion Pact annunciato alla fine di agosto in Francia, che ora conta quasi 60 aziende aderenti, contro le 32 iniziali: settimana scorsa l’adesione più recente, quella di Diesel.

Sneaker ACBC modello L.A. con lacci intrecciati sulla tomaia

Rappresentano anelli della filiera e segmenti di mercato diversi, dal fast fashion al lusso. Chi non ha aderito ha programmi interni ad altissimo tasso di trasparenza (altra novità per un settore per molti anni autoreferenziale, specie nell’alta gamma). Leggi e regolamenti molto più stringenti degli attuali arriveranno, a livello europeo e forse di Wtp: è solo questione di tempo, perché l’industria della moda è, dopo quella petrolifera, la più inquinante. Non solo consuma enormi quantità di energia e materie prime (acqua in primis), ma produce montagne di rifiuti. Marino Vago e Claudio Marenzi, rispettivamente presidente di Sistema moda Italia (Smi) e Confindustria Moda, lo dicono spesso: a livello europeo, i rifiuti tessili sono la “prossima plastica”.

E torniamo ai consumatori, anello finale della catena: è giusto che chiedano alle aziende di essere trasparenti, di fare ogni cosa – a costo di abbassare i margini – per essere più sostenibili e per favorire un cambio culturale, che porti ad abbracciare un’idea di economia circolare. Ma pure noi consumatori abbiamo una responsabilità. Per dirla con Andrea Crespi, direttore generale di Eurojersey e responsabile di Smi per la sostenibilità, «le aziende dovrebbero produrre meno ma meglio. Le persone dovrebbero comprare meno ma meglio». Nel breve termine a tutti sembrerà di fare qualche sacrificio, rifiutando il mantra della crescita a tutti i costi (di fatturati, utili e armadi personali). Ma nel medio termine smetteremmo di dare un prezzo alle cose, scegliendo invece di assegnare loro un valore.

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