Persone

Quel filo rosso che lo legò sempre all’America

di Valerio Castronovo

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3' di lettura

Versatile ed eccentrico, con una singolare ampiezza di orizzonti e una vocazione cosmopolita, insieme a un forte attaccamento alle tradizioni identitarie della sua città.

Questi tratti distintivi di Gianni Agnelli segnarono il modo con cui ha gestito i suoi “compiti dinastici” a capo della Fiat e concepito la sua linea di condotta quale autorevole rappresentante del mondo imprenditoriale nella vita pubblica. Una sorta di fil rouge ha improntato costantemente su entrambi questi versanti il suo itinerario: l’estrema importanza da lui attribuita allo sviluppo di salde relazioni con i Paesi più avanzati.

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Che gli Stati Uniti fossero destinati a costituire il polo di riferimento per eccellenza della Penisola, aveva cominciato ad apprenderlo ben prima della Guerra fredda, nell’estate del 1939, quando il nonno, il fondatore della Fiat, l’aveva mandato, all’indomani del diploma liceale, in viaggio-premio per un giro di quattro settimane in America, con nel mezzo una visita a Detroit, alla fabbrica- modello della Ford. Successivamente, a prepararlo alla successione di Valletta era stato Enrico Cuccia, mettendolo in contatto con alcuni esponenti fra i più titolati dell’establishment d’Oltreatlantico: a cominciare da André Meyer, a capo della Lazard, che dal 1959 faceva parte del Consiglio d’amministrazione di Via Filodrammatici. Quel che stava allora a cuore al leader di Mediobanca era di scongiurare un’eccessiva invadenza del potere politico nel sistema economico, al fine di mantenere un rapporto equilibrato tra mano pubblica e mano privata e, quindi , di garantire l’assetto proprietario delle principali dinastie imprenditoriali.

Dal canto suo, Agnelli era entrato, dal 1952, in rapporti di amicizia con John Kennedy quando il giovane governatore del Massachusetts aveva iniziato la scalata ai vertici della vita politica. Del programma sulla “Nuova Frontiera” lo aveva colpito soprattutto la fiducia nelle proprie forze e lo slancio riformatore di Kennedy, anche in quanto li considerava congeniali al suo gusto per la sfida e al suo spiccato senso del futuro.

Perciò, in quella sorta di “ discorso della Corona”, da lui tenuto il 20 maggio 1966 a Villar Perosa, davanti all’intero management del Lingotto e di Mirafiori, Agnelli aveva evocato il Kennedismo quale espressione ideale dei fermenti e delle aspettative del proprio tempo, per marcare e avvalorare così il suo intento di voltare pagina rispetto al passato, alle contrapposizioni frontali sul terreno delle relazioni industriali, in nome di comuni obiettivi di sviluppo economico e di evoluzione sociale.

Questo suo discorso venne salutato come il manifesto di un “capitalismo illuminato” in sintonia con la svolta politica del centro-sinistra. A suffragare quest’impressione concorse, sei mesi dopo, l’annuncio del battesimo di una Fondazione, intestata al senatore Giovanni Agnelli, sullo stesso modello delle istituzioni culturali promosse dai Ford e dai Rockefeller, per la promozione di studi e ricerche nel campo delle scienze sociali e sui problemi della modernizzazione; e che, l’Avvocato ne aveva offerto la presidenza a una figura di grande prestigio internazionale come Jean Monnet, uno dei “padri nobili” della Comunità europea.

Dopo di allora si delineò un mutamento di paradigma che portò la Confindustria all’adozione nel 1970 della “riforma Pirelli”, in coincidenza col varo in Parlamento dello Statuto dei lavoratori, e che indusse Agnelli ad auspicare un dialogo costruttivo fra a rappresentanze imprenditoriali e organizzazioni sindacali nel quadro di un confronto fisiologico conflittuale-negoziale fra capitale e lavoro, al fine di arginare la dilatazione della burocrazia e di bloccare il sopravvento delle rendite di posizione e dei privilegi corporativi. Di qui la proposta di un’“alleanza dei produttori” lanciata da Agnelli all’esordio nel 1974 della sua presidenza di Confindustria, che trovò riscontro l’anno dopo nell’accordo sul punto unico di contingenza da lui siglato con Luciano Lama.

Si trattò, peraltro, di un accordo controverso, che Ugo La Malfa e non solo lui considerarono un grave errore per via dei suoi effetti inflattivi; ma che si doveva, a detta di Agnelli, al rischio, altrimenti, di uno scontro sociale denso di pesanti incognite in una fase di aspra conflittualità nelle fabbriche e di incipienti derive terroristiche. Una minaccia che avrebbe potuto mettere a repentaglio le istituzioni.

In quanto aveva eletto il consolidamento dei rapporti transatlantici e del processo di integrazione europeo come obiettivo fondamentale della nostra classe dirigente, Agnelli aveva sempre ritenuto suo precipuo dovere agire in modo non solo da far crescere all’estero gli apprezzamenti per le potenzialità dell’economia italiana, ma anche da fornire un’immagine rassicurante sulla stabilità politica della Penisola. E proprio in quel periodo aveva fatto sapere di essere disposto persino ad andare in missione straordinaria a Washington per spiegare personalmente ai dirigenti politici americani, non limitandosi a parlarne (come d’abitudine) al suo amico Henry Kissinger, che non avevano affatto da temere che la sinistra guidata dal Pci fosse in procinto di sorpassare lo schieramento della Dc e dei partiti laici nelle elezioni politiche.

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