Calcio & Finanza

Quel filo sottile che lega plusvalenze e fair play finanziario

La pressione Uefa sui club per i target economici ha generato effetti indesiderati

di Antonio Marra e Donato Masciandaro

(Adobe Stock)

3' di lettura

Le regole finanziarie vanno sempre maneggiate con cura, perché possono avere effetti imprevedibili e indesiderati. Questo potrebbe essere il caso del filo rosso che lega l’introduzione del fair play finanziario dell’Uefa al fenomeno delle plusvalenze sui calciatori. È quello che raccontano i dati. Al di là del clamore episodico, anche recente in Italia, che il tema delle plusvalenze accende nei media, sia social che tradizionali.

Cosa c’è ai due capi del filo rosso? Da un lato, abbiamo quello che è un asset fondamentale su cui fondare la performance sportiva ed economico-patrimoniale di qualunque società di calcio: il valore dei calciatori. Mentre sul valore sportivo il campo è il sovrano, nella determinazione del valore economico patrimoniale giocano un ruolo fondamentale le norme contrattuali che disciplinano il pagamento di diritti di trasferimento, quando un calciatore si trasferisce da una club a un altro. I diritti di trasferimento possono rappresentare una fonte di ricavo per il bilancio di una società calcistica. Infatti, se per la società che cede il giocatore il compenso pattuito per il diritto di trasferimento (Rdt) supera il “valore residuo” che per quel giocatore è rappresentato nel bilancio alla data di cessione, la società gode di una plusvalenza. È un fatto che negli ultimi anni le plusvalenze hanno progressivamente accresciuto la loro rilevanza nei ricavi delle società calcistiche di tutta Europa.

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Sorge spontanea allora una domanda: è possibile trovare qualche fattore che ha innescato, o anche solo accelerato, il fenomeno delle plusvalenze?

Una risposta può essere trovata all’altro capo del filo, con l’introduzione da parte della Uefa – annunziata nel 2010, implementata dal 2013 – del cosiddetto fair play finanziario. Il problema a cui la Uefa voleva dare risposta è quello della insostenibilità economico-finanziaria e dell’eccessivo indebitamento del sistema calcio. La soluzione adottata è stata quella di imporre un vincolo di bilancio, legando la dinamica delle uscite a quella delle entrate. Evidenze empiriche mostrano, in prima battuta, risultati positivi: complessivamente, il miglioramento dello stato di salute economico-finanziario delle leghe calcistiche di Inghilterra, Spagna, Italia, Germania e Francia può essere correlato all’introduzione del fair play finanziario. Non solo: tale miglioramento è trainato dalle performance di quelle società che hanno la maggiore probabilità di partecipare alle competizioni Uefa, che definiamo “club Uefa”.

Ma il fair play finanziarioha centrato l’obiettivo? Oppure la pressione nel raggiungere target economico-finanziari ha aumentato le cosiddette politiche di bilancio, generando anche effetti indesiderabili? Questo potrebbe essere il caso delle plusvalenze. In questa direzione recenti evidenze empiriche nei cinque maggiori campionati europei, si sono focalizzate sulle campagne trasferimenti, mostrando come il fair play finanziario abbia influito in maniera consistente in più direzioni.

Il filo rosso è evidente nel confronto tra club Uefa e club a vocazione nazionale. Dopo il fair play, il numero complessivo di trasferimenti per squadra cresce del doppio per i club Uefa rispetto a quelli nazionali; i trasferimenti di giocatori del vivaio (che massimizzano le plusvalenze) registrano un +25% per i club Uefa, e sono stabili per i club nazionali; il profitto medio da trasferimento (la plusvalenza registrata), partendo da valori identici prima dell’introduzione della norma, cresce del 115% medio per i club Uefa, con un picco del +141% medio, nel caso di operazioni di scambi di giocatori (c.d. “a specchio”).

Insomma: l’introduzione del fair play Uefa sembra essere stato un catalizzatore per il mercato degli Rdt, trainato dai club che avevano come loro obiettivo quello di partecipare alle competizioni. Per certo, non era questo un obiettivo del fair play finanziario, né atteso e neanche desiderato. Ma le regole si possono cambiare.

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