Le grandi storie dello sport

Quel giorno a Silverstone, quando la Formula Uno divenne “Mondiale”

In tribuna reale c’erano Re Giorgio VI e la Regina Madre Elisabetta: nasceva così, settant’anni fa, l’avventura che tra emozioni, trionfi, tragedie, pit stop e… pandemie sarebbe arrivata fino a oggi. Mancava solo la Ferrari

di Dario Ricci

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(Gettyimages)

In tribuna reale c’erano Re Giorgio VI e la Regina Madre Elisabetta: nasceva così, settant’anni fa, l’avventura che tra emozioni, trionfi, tragedie, pit stop e… pandemie sarebbe arrivata fino a oggi. Mancava solo la Ferrari


3' di lettura

No, non è un caso. Nulla di causale se appena tagliato il traguardo, quel traguardo, al volante di una Rossa l’8 luglio del 2018 Sebastian Vettel urla tutta la sua gioia nel dialogo radio col box Ferrari. Perché se è vero che di circuiti che hanno fatto la storia della Formula Uno – da Monte Carlo a Monza – il Mondiale ne è una rassegna completa (al netto delle dolorose cancellazioni imposte dai tempi duri che stiamo attraversando quest'anno), Silverstone è la culla, il luogo archetipo e originario dove tutto è nato, dove il Mondiale è nato. Esattamente 70 anni fa.

Spettatori “reali”
Centomila appassionati intorno al circuito inglese (ricavato da un aeroporto militare a circa 40 miglia a nord di Londra), e nella tribuna reale Re Giorgio VI e la Regina Madre Elisabetta. Basti questo “contorno” a far capire quanto atteso quel Gran premio che inaugurava il primo campionato del mondo di Formula Uno. Proprio nel 1950 infatti la FIA, la Federazione Internazionale dell'Automobile, attraverso la Commissione Sportiva Internazionale, decise di organizzare il primo campionato globale per vetture di Formula 1, tentando di mettere ordine nel mondo dei Gran Premi, dopo l’accantonamento della Formula Grand Prix avvenuto nel 1946. Sui 24 Gran Premi in calendario, la FIA ne scelse sei europei validi per assegnare l'iride (al solo pilota, si badi, perché il primo titolo costruttori arriverà solo nel 1958): oltre Silverstone, Monte Carlo, Indianapolis, Berna, Spa-Francorschamps, Reims e Monza, gara conclusiva in programma il 3 settembre.

L'inclusione nel calendario della 500 Miglia di “Indy” aveva un valore più simbolico che concreto: si voleva dare il senso di una competizione realmente “mondiale”, nella consapevolezza che per peculiarità tecniche e costi elevati nessun team o costruttore europeo avrebbe attraversato l'Atlantico, né viceversa (come infatti avvenne). Ma ormai l'avventura era lanciata; un’avventura che tra emozioni, trionfi, tragedie, lutti, sorpassi, pit stop e... pandemie sarebbe arrivata fino a oggi.

La gara
Valida anche come “Gran Premio d'Europa” alla corsa partecipano due prestigiose case automobilistiche italiane: Alfa Romeo e Maserati. La pista di Silverstone misura 4 chilometri e mezzo, le curve sono otto. Vince, dominando, Giuseppe “Nino” Farina alla guida di un’Alfa Romeo 158 che si aggiudica anche il primo “hat trick” della Formula Uno: pole position, vittoria e giro più veloce. A fine stagione sarà il primo campione del mondo della storia. L'Alfa Romeo sbaraglia tutti, anche se è un modello non proprio nuovissimo (l' “Alfetta” 158 ha già dodici anni, ed era stata pensata poco prima della Seconda Guerra Mondiale per lottare contro le teutoniche Mercedes e Auto Union) e si piazza nelle prime quattro posizioni.

Il pilota italiano Nino Farina nella sua Ferrari 500 al Grand Prix di Francia, Reims-Gueux, 5 luglio 1953. (Photo by Bernard Cahier/Getty Images)

Oltre a Farina, ci sono Luigi Fagioli, Reg Parnell, pilota britannico scelto in onore del Paese ospitante e Juan Manuel Fangio, costretto al ritiro a otto giri dal termine, mentre si trova in seconda posizione, ma che in carriera avrà tutto il tempo di rifarsi (conquistando ben quattro titoli, il primo dei quali l'anno successivo). Il giorno dopo la Gazzetta dello Sport titola: «Violentissima lotta tra le Alfa Romeo e vittoria dell'impetuoso Nino Farina».

Campione vero
«Nino Farina era l'uomo dal coraggio che rasentava l'inverosimile», così disse Enzo Ferrari del pilota torinese, classe 1906, che guiderà le “Rosse” dal 1952 al 1955. Partecipò a 35 Gran Premi, ne vinse 5, conquistò 20 podi, 5 pole position, 5 giri veloci. Morì nel 1966, in un incidente stradale presso Aiguebelle, uscendo di strada in una curva presa ad alta velocità con la sua Ford Cortina Lotus, mentre si stava recando a Reims per assistere al Gran Premio di Francia. Aveva 59 anni.

Nino Farina, Ferrari 553, Grand Prix del Belgio, Circuit de Spa-Francorchamps, 20 giugno 1954. (Photo by Bernard Cahier/Getty Images)

E la Ferrari?
Rimarrà deluso chi nell'ordine d'arrivo del Gp di Silverstone di quel fatidico 13 maggio 1950 cercherà le vetture di Maranello. Né, in verità, le avrebbe trovate neppure nell'elenco di quelle schierate alla partenza. Il motivo? Semplice in apparenza, ma a lungo misterioso, invece, per esperti e storici dell'automobilismo, considerando il fatto che buona parte di quel “fumo di Londra” venne alimentato da Ferrari stesso.

Ufficialmente, infatti, il Sceriffo (come ebbe, negli anni più tempestosi del loro sodalizio, a definirlo Nuvolari), ritenne non adeguato l'ingaggio propostogli dagli organizzatori. In realtà però non era sufficientemente convinto dell'affidabilità delle sue GP 1500. Da qui la decisione di saltare la trasferta inglese e presentarsi al via a Monte Carlo il 21 maggio 1950 con tre 125 F1 guidate da Alberto Ascari, Villoresi e Sommer, mentre una quarta vettura, iscritta privatamente dall'inglese Whitehead, prese parte solo alle prove.

Il debutto fu positivo, con Ascari secondo alle spalle di Fangio, vincitore sempre alla guida dell'Alfa Romeo 158. Ma questa, come si suol dire, è un'altra storia. O meglio un altro capitolo di una storia che continua, ininterrotta da quel pomeriggio inglese di 70 anni fa.

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