analisiil nodo produttività

Quel giusto richiamo a una maggiore occupazione (anche di qualità)

di Claudio Tucci

3' di lettura

L’analisi sul mercato del lavoro italiano appena delineata dal governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, è molto chiara: negli ultimi due anni, grazie a Jobs act e sgravi contributivi, la situazione è migliorata. Ma non siamo tornati ai livelli pre-crisi: alla fine del 2016 meno del 60% delle persone tra i 20 e i 67 anni aveva un impiego; era occupata appena una donna su due. Tra i giovani con meno di 30 anni, circa un quarto, un terzo nel Mezzogiorno, non aveva un lavoro né era impegnato in un percorso formativo. Sono valori lontani da quelli di gran parte degli altri paesi europei.

Invecchiamento della popolazione
Visco, giustamente, ha poi aperto lo sguardo al futuro: nei prossimi 30 anni, secondo previsioni Istat, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 69 anni si ridurrà di quasi 7 milioni di unità. La popolazione con oltre 70 anni di età salirà a circa il 30 per cento del totale. Un aumento della partecipazione al mercato del lavoro e un inserimento efficace e razionale degli immigrati saranno elementi necessari per lo sviluppo futuro del Paese. «Ma occorre che torni a crescere la produttività», ha tagliato corto Visco.

Il calo della produttività
Del resto, i numeri sono noti: la produttività italiana è salita in media di appena lo 0,2 per cento l’anno tra il 1995 e il 2007, circa un quarto del ritmo stimato per Francia e Germania. Negli ultimi anni c'è stato un po' di recupero. Ma il divario rispetto agli altri paesi è particolarmente ampio per le piccole imprese (con meno di 20 addetti), cui fa capo il 55 per cento degli occupati complessivi dell’industria e dei servizi non finanziari di mercato. Ecco perché colmare questo ritardo e partecipare alla rivoluzione digitale in atto è la strada obbligata per il nostro Paese.

Non ci sono alternative alla crescita
Il sentiero è tracciato: purtroppo (o per fortuna) non ci sono alternative alla crescita dell’efficienza produttiva, della capacità gestionale e amministrativa: solo l'innovazione nella produzione di beni e servizi è in grado di assicurare allo stesso tempo aumento dei redditi e più elevata occupazione, in quantità e qualità. Ecco questa è la nuova sfida: un rilancio della produttività che renda davvero “di qualità” la buona occupazione. Qui miglioramenti si stanno manifestando, specie per le imprese manifatturiere più efficienti, quelle cioè maggiormente rivolte ai mercati internazionali. La quota di esportazioni di quelle medio-grandi, capaci di tenere il passo della domanda globale, è progressivamente aumentata. Il cambiamento dovrà però coinvolgere l’intero sistema produttivo, in particolare il settore dei servizi, dove è maggiore il ritardo qualitativo e tecnologico rispetto ai principali paesi concorrenti.

Continuare la strada delle riforme
Le politiche del governo, a partire da scuola, Industria 4.0, incentivi all’innovazione e alla ripresa, stanno andando nella giusta direzione. Ma non basta: ora è indispensabile proseguire sulla strada delle riforme. E se possibile estenderla. Dove? Nella direzione di facilitare le nuove iniziative imprenditoriali e la concorrenza in importanti comparti dei servizi, ha risposto Visco, semplificare ulteriormente le procedure di gestione delle crisi aziendali (purtroppo ancora presenti), ridurre i tempi della giustizia su livelli comparabili con quelli degli altri paesi avanzati, eliminare i disincentivi regolamentari e fiscali allo sviluppo dimensionale delle imprese. Un mini-programma per la prossime manovre economiche.

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