si cercano vie d’uscita

Quel grande imbuto dei corsi di specialità

di Barbara Gobbi


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3' di lettura

La prima ipotesi immediata per contrastare l’imbuto formativo delle specializzazioni potrebbe essere copiare quanto fatto per la medicina generale, che ha ricevuto un’iniezione straordinaria di oltre mille contratti, consentendo alle Regioni di investire risorse prima dedicate agli «obiettivi di Piano». Così i medici di medicina generale hanno fatto un salto da 1.095 a 2.128 contratti, ampliando le maglie dell’accesso. Mentre il decreto Semplificazioni approvato a febbraio ha consentito l’assegnazione degli incarichi in convenzione anche agli iscritti al corso in medicina generale non ancora diplomati, con eventuale revoca dall’incarico in caso di mancato conseguimento del titolo (e in via subordinata rispetto ai colleghi che hanno diritto all’inserimento in graduatoria).

Ma le risorse fresche come noto scarseggiano, tanto che il miliardo di aumento per il 2019 del Fondo sanitario nazionale è già prenotato – ammesso che basti – per i rinnovi contrattuali fermi da dieci anni. Allora va ottimizzato l’esistente: una soluzione la propone l’Associazione liberi specializzandi-Als: rendere effettivo il recupero delle borse “perdute”, cioè i contratti conquistati e non goduti da medici che già sono in formazione specialistica e che ritentano i concorsi.

Un fenomeno che manderebbe al macero almeno mille borse in due anni (una borsa vale circa 25mila euro l’anno) e che soprattutto brucerebbe un futuro specialista in una branca in sofferenza. E ce ne sono: basti pensare a specialità con forte fabbisogno, ma a bassa attrattività come la medicina d’urgenza (secondo l’ultimo censimento è stato assegnato il 32,8% delle borse) o l’anestesia e rianimazione (40,2%), o peggio la chirurgia toracica (15,1%), la generale (31%) o la vascolare (34,4%).

Il modello «teaching hospital»
Dal punto di vista organizzativo, tra le misure mirate ad accelerare l’avviamento al lavoro c’è il progetto teaching hospital, che vede l’ultimo biennio - o triennio, in base alla durata del corso - di specializzazione trasformato in contratto di formazione-lavoro a tempo determinato, con competenze crescenti e la spartizione dell’insegnamento tra pratico (presso strutture Ssn certificate) e teorico (università). In questo quadro, che secondo l’Anaao consentirebbe di estinguere in 7 anni l’imbuto formativo, gli ultimi anni di specializzazione sarebbero co-finanziati da Stato e Regioni.
Secondo le stime, calcolando due anni e per un numero di specializzandi per anno pari a 6.110 (media contratti Miur deli ultimi anni), lo Stato potrebbe risparmiare 158,8 milioni di euro (79,4 milioni per anno, cioè la metà del finanziamento attuale), che divisi per il costo statale di una borsa quadriennale, cioè 76mila euro, permetterebbe di stipulare 2.090 nuove borse quadriennali. In carico alle Regioni resterebbe la quota parte dei contratti di formazione-lavoro giustificata con l’impegno dello specializzando nelle strutture sanitarie.
Analoga è la proposta del doppio canale formativo, che consentirebbe alle Regioni di assumere medici con contratto di lavoro e iscriverli in soprannumero alle scuole di specializzazione. Una soluzione rispetto alla quale sindacati e associazioni pongono paletti ben precisi, dalla contrattualistica alla previsione che i medici in formazione non siano mai sostitutivi ma sempre aggiuntivi rispetto al personale di ruolo.

Una formazione fai-da-te è quella su cui ragionano le tre Regioni più avanzate nelle richieste di autonomia differenziata. Ipotesi cui guardano con preoccupazione i Giovani medici Sigm: il 38% delle borse regionali finanziate nel 2018 è infatti stanziato da Emilia Romagna (15%), Veneto (14%) e Lombardia (9%). Il timore è che una gestione “autoctona” vada a discapito degli aspiranti specialisti delle Regioni meno abbienti.

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