ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di più«MODELLO MILANO»

Quel pugno di magistrati che fa pagare le tasse a web companies, banche e griffe

Nato dall’intuizione del procuratore Francesco Greco, il “Modello Milano” ha già consentito di recuperare 5,6 miliardi di evasione fiscale. La ricetta vincente è la collaborazione con Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate, Dogane e Bankitalia<b/>

di Angelo Mincuzzi


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(Adobe Stock)

6' di lettura

Quante scuole si possono ristrutturare con 5,6 miliardi di euro? Quanti ospedali? Quanti treni per i pendolari si possono acquistare? E quanti servizi per i più svantaggiati si possono fornire? Ci vuole un po' di pazienza per calcolarlo ma a colpo d'occhio si può dare già una risposta. Le cose che si possono fare sono tante. Tantissime. E utili. Soprattutto se questi soldi sono presi da chi le tasse non le paga.

In Italia c'è un gruppo di magistrati che la lotta alla grande evasione la combatte da tempo e che a giudicare dai soldi recuperati lo fa con ottimi risultati. Con le loro inchieste e con tanta abnegazione, la pattuglia di magistrati ha consentito all'Italia di incamerare l'importo di una manovra finanziaria: 4,4 miliardi già incassati, un altro miliardo e 250 milioni di euro in procinto di arrivare.

Il tesoretto arriva da banche e web company
Il loro “covo” è il Palazzo di giustizia di Milano, lo stesso che quasi trent'anni fa scoperchiò per primo Tangentopoli con l'inchiesta Mani pulite avviata da Antonio Di Pietro. E il “tesoretto” è stato recuperato principalmente da società e banche coinvolte in inchieste su evasione fiscale e appropriazioni indebite.

Il più delle volte si è trattato di società estere, come le web company Google, Apple, Facebook e Amazon, o come le banche svizzere Credit Suisse e Ubs, o il gruppo francese del lusso Kering, proprietario del marchio Gucci. Ma non sono mancate le società italiane, come Mediolanum, Prada o Armani. E le famiglie impreditoriali, come i Riva (ex proprietari dell'Ilva) dai quali sono stati recuperati poco meno di 1,3 miliardi di euro, finiti nel risanamento ambientale dell'impianto di Taranto.

Il segreto del “Modello Milano”
Come ha potuto uno sparuto gruppo di magistrati, peraltro oberati di lavoro e con pochi mezzi rispetto agli utili miliardari delle multinazionali, riuscire a recuperare una somma così ingente?
La risposta l'ha data il procuratore della Repubblica di Milano, Francesco Greco, presentando il Bilancio sociale della Procura di Milano. Sono solo due parole: «Modello Milano».

Lui, Francesco Greco, ne è stato l'ideatore e ne è il motore. Senza di lui, si può dirlo con una dose di ragionevole certezza, il “Modello Milano” non esisterebbe.

Collaborazione in tempo reale
Ma per capire cosa è davvero il “Modello Milano” conviene leggere con attenzione le parole scritte nero su bianco nel Bilancio sociale della Procura: «L'approccio sinergico alla gestione dei reati di natura tributaria tra la Procura di Milano, il Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, l'Agenzia delle Entrate e l'Agenzia delle Dogane costituisce il cuore del “Modello Milano”. Il grande impulso impresso dalla Procura alla trattazione di tali reati si è sviluppato, negli ultimi anni, lungo due direttrici complementari: da un lato, l'accelerazione del processo penale derivanti da verifiche fiscali di soggetti di piccole e medie dimensioni e persone fisiche; dall'altro, il focus sui grandi gruppi industriali italiani e stranieri».

Eccolo il segreto del “Modello Milano”: l'approccio sinergico, la collaborazione tra forze dello Stato. E all'elenco che comprende Guardia di Finanza, Agenzia delle Entrate e Dogane, va aggiunta, per amore della precisione, anche la Banca d'Italia, che collabora alle indagini della Procura di Milano con un piccolo gruppo di “segugi” riuniti nel Nucleo a supporto dell'autorità giudiziaria.

La doppia strategia
I risultati raggiunti da questo coordinamento promosso dall'attuale procuratore di Milano sarebbero stati impensabili solo fino a qualche anno fa. Ma oggi questa macchina è rodata e ha permesso di scoprire più in fretta i casi di grande evasione fiscale e di portarli subito a giudizio evitando la prescrizione.

Sotto il maglio dell'inchiesta penale della Procura e degli accertamenti di Fiamme gialle ed Entrate poi, le banche e le multinazionali hanno preferito pagare il dovuto e patteggiare una pena. È il copione che si ripete da alcuni anni e grazie al quale la “manovra finanziaria” aggiuntiva si è realizzata.

Dalla moda e dal siderurgico i versamenti più alti
È il settore della moda ad aver versato finora più di tutti (il 35% del totale), seguito dal settore siderurgico (26%), dalle imprese della digital economy (16%) e dal settore finanziario (10%).

La violazione maggiormente contestata è la stabile organizzazione occulta (43% del totale, corrispondente a circa 2,4 miliardi di euro). A seguire i versamenti collegati a reati economico-tributari, che corrispondono a circa il 27% del totale, mentre i casi di esterovestizione sono circa il 18%.

Ma le inchieste non sono finite. Ci sono molte altre banche e società sotto la lente dei magistrati e dell'Agenzia delle Entrate. Quest'ultima, in particolare, sta lavorando con grande energia (come sempre nella massima riservatezza) e sta elaborando centinaia di migliaia di dati arrivati con la voluntary disclosure.

L'Agenzia ha specialisti assai preparati, che hanno aderito alla filosofia di Francesco Greco e lavorano coordinandosi in tempo reale con i magistrati della Procura. Nei prossimi mesi ne vederemo delle belle.

I benefici arriveranno anche in futuro
Ma qui non sono in gioco soltanto i 5,6 miliardi già incassati né quelli che verranno incamerati con le prossime inchieste. I soldi che il “Modello Milano” farà entrare nelle casse dello Stato saranno molti di più perché le grandi multinazionali “bastonate” dal pool Procura-Gdf-Entrate-Dogane-Bankitalia si sono messe in regola e oggi pagano tutte le tasse in Italia. Gli effetti benefici del “Modello Milano” si faranno sentire per anni.

È lo stesso padre del “modello” a descrivere nel Bilancio sociale della Procura che le web companies «producevano un enorme reddito che sfuggiva all'imposizione fiscale italiana. Le operazioni sviluppate nei mesi recenti sotto il coordinamento della Procura di Milano hanno consentito di correggere questa distorsione, iniziando a ricondurre i valori economici prodotti nell'alveo della fiscalità».

Moda “esterovestita”
E la moda? Qui «la gestione tributaria dei grandi gruppi di moda - scrivono ancora i magistrati -ha vissuto, in tempi recenti, un considerevole sviluppo della cosiddetta esterovestizione, vale a dire il trasferimento all'estero del reddito prodotto dall'attività commerciale». Oggi le grandi maison sono molto più caute. Gli stessi Dolce & Gabbana, pur essendo stati assolti dalle accuse, hanno comunque deciso di riportare in Italia la loro holding lussemburghese.

Un capitolo a parte riguarda le banche straniere che operano in Italia.

«La Procura ha dedicato particolare attenzione alla condotta delle grandi banche con sede in Paesi a segreto bancario rafforzato o fiscalità privilegiata, presso le quali erano depositati capitali di evasori italiani - spiegano i magistrati -. Anzitutto, sono stati individuati gli istituti che ospitavano questi capitali. In secondo luogo, sono state sviluppate due linee di lavoro parallele: da un lato (sul piano penale), è stata riconosciuta e perseguita l'attività di riciclaggio, d'altro canto (sotto il profilo fiscale), si è dato seguito alla contestazione della stabile organizzazione occulta in Italia, ottenendo (normalmente tramite patteggiamento) il riconoscimento di un gettito fiscale in precedenza occulto e quindi non corrisposto».

Centinaia di banche estere sotto inchiesta
Le banche sotto indagine sotto attualmente 219. Si tratta di banche svizzere, di Montecarlo, di Panama, delle Isole vergini britanniche, del Liechtenstein e di numerosi altri paradisi fiscali, dopo che Ubs ha già versato 111 milioni di euro al Fisco italiano.

I risultati raggiunti sono il frutto anche della voluntary disclosure realizzata a partire dal 2015. La “collaborazione volontaria” di chi deteneva capitali all'estero e ha potuto regolarizzarli, dichiarandoli al Fisco, ha permesso di fare emergere attività per quasi 60 miliardi a livello nazionale, di cui il 45% in Lombardia, a cui è corrisposto un gettito fiscale stimato di 3,8 miliardi (1,8 in Lombardia).

Il volano del Common reporting standard
Quest'attività, inoltre, ha offerto per la prima volta l'occasione di raccogliere un'imponente mole di dati su attività finanziarie che in precedenza rimanevano occulte. Il Common reporting standard (Crs) dell'Ocse, vale a dire il nuovo sistema che consente a 110 Paesi del mondo di scambiarsi dati bancari e finanziari, rappresenta un'ulteriore freccia all'arco del contrasto all'evasione fiscale.

Il Crs - spiegano i magistrati - è una procedura di scambio automatico di informazioni sviluppata su specifica richiesta del G20 e approvata dal Consiglio Ocse del 15 luglio 2014. Si rivolge alle giurisdizioni aderenti per ottenere informazioni dalle loro istituzioni finanziarie, con l'intento di scambiarle in automatico con quelle di tutti gli altri Paesi su base annuale.

In Italia, la normativa sul Crs è partita all'inizio del 2016. Secondo alcune stime diffuse dall'Ocse, lo scambio automatico di informazioni sui conti detenuti all'estero da contribuenti delle 110 giurisdizioni ha già fatto emergere più di 85 miliardi di dollari di gettito fiscale aggiuntivo a livello mondiale.

Dal suo ufficio al quarto piano del Palazzo di giustizia di Milano, Francesco Greco continua a monitorare questi dati. Il “Modello Milano” - c’è da starne certi - presto riserverà altre sorprese.

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