Microcosmi

Quel venticello di speranza delle microimprese

di Aldo Bonomi

(Adobe Stock)

3' di lettura

Ci siamo già dimenticati dei lavoratori dell’ultimo miglio che durante il lockdown ci hanno permesso di mantenere la distanza fisica rintanati in casa. Lavori che ritenevamo marginali: la gig economy dei camioncini e delle biciclette delle consegne a domicilio, i negozi di prossimità e il supermercato delle cassiere e dei banconisti per avere i prodotti agricoli e non solo, sono figure sbiadite. Verrebbe da dire citando La società senza dolore del filosofo Han che «se le sofferenze vengono lasciate solo alla medicina, ci sfugge il loro carattere di segni». Segni che senza nulla togliere alla riflessione alta sullo smartworking che ci aspetta inducono attenzione alla moltitudine al lavoro nella servitizzazione di prossimità che nel 900 chiamavamo imprese artigiane e commerciali e lavoretti da gig economy. Non è più così. Radicalizzando si potrebbe dire che non c’è simultaneità digitale senza prossimità dell’ultimo miglio come svelano i conflitti tristi tra camionisti e facchini che attraversano la logistica. Non basta sperare che la gig economy dopo un ciclo di sommerso riemergerà passando dall’innovazione per disperazione all’inclusione. La pandemia ha solo disvelato lo iato tra simultaneità e prossimità che era già in atto nella metamorfosi economica che chiamavamo deregulation.

Le microimprese (da 0 a 9 addetti) in Italia dopo il 2000 sono aumentate di oltre 131mila unità, ma hanno cambiato volto, con il manifatturiero che ha continuato a contrarsi e selezionarsi (-46mila solo tra 2011 e 2019). Il terziario invece è cresciuto di quasi 280mila, nel lavoro professionale, nelle economie turistiche e nei servizi per la riproduzione sociale e della persona, nella creatività e formazione dei saperi. Figure e mondi sociali di un capitalismo molecolare di prima generazione hanno ceduto spazio ad uno di seconda e terza generazione composto di filiere dei servizi sviluppatisi nei grandi alvei delle economie delle piattaforme urbano regionali. Una trasformazione di cui però, si trova ancora debole traccia entro i confini dell’artigianato ufficiale ed istituzionalizzato. È un vero blocco sociale di micro-imprese e partite iva non capito e non rappresentato. Ci troviamo di fronte allo sviluppo di una nebulosa di neo-artigianalità terziaria che se scomposta e ricomposta e rappresentata nella sua prossimità orizzontale, è una composizione sociale importante per la capacità molecolare dei territori e delle città di rigenerare la loro identità di “società dei produttori” nel nuovo contesto di un’economia dominata sempre più dalla tecnica, dalla circolazione e dalle esigenze di cura e benessere sociale, personale ed ambientale.

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Oggi le sfere della riproduzione umana, sociale e ambientale, i servizi per la vita quotidiana, l’intermediazione tra compratori e venditori e la circolazione di merci, uomini, conoscenza e tecnologie, sono al centro di ciò che ipermodernamente definiamo “produzione” e “società dei produttori”. Si pone il tema di una nuova idea forte di “artigianalità” evoluta in grado di contendere spazi di mercato e relazioni sociali ai global player prima che siano questi a dettare direttamente e in modo monopolistico, le condizioni di accesso ai cataloghi dei mercati globali. Vedasi il caso Amazon per capire. Occorre riallineare rappresentazione ed identità oltre che regolazione giuridica, ad una composizione che nell’economia e nella società è già cambiata. Oggi il lavoro autonomo coincide spesso con le figure dei titolari d’azienda o delle partite iva: il padroncino del furgoncino a cottimo con l’algoritmo o il creativo urbano che si arrabatta nella retorica delle startup. Oggi nella moltitudine dell’individualismo compiuto ci si trova davanti al dilemma del rifugiarsi nel sommerso o accettare tempi e ritmi dell’algoritmo. Per sfuggire a questo destino dovrebbe soffiare dentro il volgo disperso della servitizzazione il vento del mettersi assieme delle molecole per rafforzare un’autonomia della forma-impresa, una sua istituzionalizzazione e un’artigianalità che discende dalle nuove caratteristiche produttive, dal rapporto che si determina tra capitale tecnologico e lavoro/sapere vivente, dall’equilibrio in perenne divenire tra standardizzazione e personalizzazione, dal rapporto generativo tra l’impresa e il sistema delle rappresentanze e farne agenzie territoriali. Un venticello di speranza pare soffiare nei territori che hanno visto nascere il capitalismo molecolare manifatturiero: a Vicenza migliaia di impresine hanno raddoppiati gli ordini incuneandosi nell’e-commerce, a nord est si sono irrobustite 8000 microimprese digitali con più di 23.000 addetti ed anche gli artigiani padroncini di un tempo, s’interrogano sul come andare oltre il familismo passando il testimone a dipendenti imprenditori. Microcosmi di un lavoro artigiano che cambia città e territori.

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