L'ISOLA VERSO IL VOTO

Quel vuoto di conoscenza che indebolisce la Sicilia

dal nostro inviato Roberto Galullo


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 L’attrattività del sistema universitario siciliano si è ridotta in modo progressivo.

6' di lettura

Palermo - Il 17 ottobre la ministra dell’Istruzione Fedeli nel corso della presentazione di un libro, ha detto: «Bisogna investire di più sui luoghi della formazione, come scuole e università».

«Èfondamentale per promuovere la cultura del dialogo e dell’integrazione. Senza istruzione e conoscenza, infatti, non si può raggiungere la pace».

Più prosaicamente i siciliani, pur essendo lancia in resta tra coloro che ambiscono alla pace nel mondo, si accontenterebbero che istruzione e conoscenza portassero almeno alla pace professionale. Insomma, a un lavoro.

Immatricolazioni a terra

La disaffezione verso il sapere e nella sua capacità di accompagnare lo studente al lavoro è evidente. Nel calo di immatricolazioni universitarie, ad esempio, legato solo in parte al decremento demografico, nessuno in Italia fa peggio della Sicilia in termini di incremento dello studio fuori regione. Nel periodo compreso tra gli anni accademici 2003/4 e 2014/5, secondo l’analisi di fine dicembre 2015 della Fondazione Res, l’Istituto di ricerca su economia e società in Sicilia, la percentuale di siciliani immatricolati fuori regione è pressoché raddoppiata, passando dal 14,69% al 28%. «Il dato – scrivono i ricercatori Maurizio Caserta, Andrea Consoli e Salvatore Spagano – è in assoluto il più preoccupante. La rapidità con cui il tasso di emigrazione si impenna, a partire dall’anno accademico 2007/2008, non ha eguali».

Non va certo meglio se si guarda l’altra faccia della medaglia, vale a dire la capacità di attrarre studenti da fuori regione. L’attrattività del sistema universitario si è ridotto con costanza e a salvarne l’onore è solo una regione, la Calabria, dalla quale proviene il 99% degli studenti universitari.

Deficit di formazione professionale

Prendiamo, ancora, la formazione professionale. La discesa anche qui appare senza fine anche se tutti i candidati affermano che deve cambiare. Da quelli della vecchia guardia politica non arriva nessun segno di autoflagellazione per lo scandaloso “formificio” di cui finora sono stati quota parte.

«Ciò che negli anni è stato fatto in materia di formazione professionale in Sicilia – sintetizza Giorgio Cappello, presidente della Piccola industria di Sicindustria – è sotto gli occhi di tutti. In Europa e nel mondo le nostre imprese devono competere nel contesto della rivoluzione avviata da Industria 4.0 e qui, nonostante la mole di risorse nei decenni impiegata nella formazione, le imprese in troppi casi non riescono a reperire risorse umane con adeguata formazione. È sempre più evidente la discrasia tra domanda e offerta di lavoro, ovvero le competenze acquisite nel percorso formativo non sono quelle di cui hanno bisogno le nostre imprese. È indispensabile pertanto rivedere il sistema che deve essere legato direttamente al sistema produttivo siciliano affinché il sapere e il fare siano le facce di una stessa medaglia, altrimenti le nostre imprese e i nostri lavoratori non si connettono al sistema economico globalizzato».

Così, in attesa di rispolverare un’idea presentata fin da aprile 1999 dal Gruppo Giovani industriali di Sicindustria – lo Stato cofinanzia progetti di formazione sul campo di durata non inferiore a un anno, da realizzarsi presso unità produttive a scelta del beneficiario delle agevolazioni e titolare del progetto formativo, appartenenti allo stesso settore dell’azienda interessata, collocate in qualsiasi parte d’Italia e capaci di garantire quel trasferimento di know-how, capacità ed esperienza – o di resuscitare l’altra idea di Sicindustria del 2013, di destinare una parte delle risorse per formarsi all’estero per poi tornare in Sicilia, l’imprenditore deve fare i conti con il vino della casa promosso dall'oste regionale.

Parole al vento

Dove ci sono fiumi di risorse può crescere un mercato torbido. A febbraio 2012 l’Assemblea regionale siciliana (Ars) pubblicò i risultati del lavoro svolto dalla commissione parlamentare speciale di indagine e di studio sulla formazione professionale. Cinquanta pagine nelle quali, tra le altre cose, si legge che i dati del 2008 (evidentemente oltre non erano capaci di andare), «parlano di un totale di 7.227 addetti, di cui 3.211 amministrativi (per un costo complessivo di euro 90.697.052,91) e 4.016 docenti (per un costo complessivo di euro 123.439.143,31)» . Tradotto in soldoni: quasi un amministrativo per ogni formatore, e infatti: «sussiste nel sistema una sproporzione del numero di lavoratori amministrativi rispetto ai docenti. Si è cercato di porre un blocco alle assunzioni a tempo indeterminato, ma i blocchi sono facilmente aggirabili».

Quanto ai risultati eccovi serviti: «Relativamente alla percentuale di successi formativi e di abbandoni, dai dati forniti dall’amministrazione, si evince che il tasso medio di successo formativo sarebbe stato all’incirca del 70%, mentre la percentuale di abbandoni si sarebbe attestata tra il 27% e il 31%. L’amministrazione ritiene che tali dati siano significativi ma non vadano sopravvalutati, anche tenuto conto dei livelli spesso assai bassi dell’utenza, che sovente non è particolarmente motivata».

Poi la stoccata finale: «L’amministrazione deve attuare i propositi di riforma prospettati, per rendere più moderno ed efficiente il sistema, per migliorare la qualità dell’offerta formativa in connessione con le esigenze del mercato del lavoro».

Le indagini a Messina

Non ci si può meravigliare se, un anno e mezzo dopo, nel luglio 2013 piombò lo scandalo “corsi d’oro” svelato dalla Procura di Messina (pm, il procuratore aggiunto Sebastiano Ardita). L’indagine ha portato alla condanna a 11 anni in primo grado, emessa il 24 gennaio di quest’anno, di Francantonio Genovese, ex parlamentare del Pd poi passato a Forza Italia (il figlio Luigi corre alle Regionali per il centrodestra di Nello Musumeci), padre-padrone della formazione professionale a Messina e non solo. Proprio quell’indagine rivelò un mondo nel quale la stessa Regione fino a quel momento restava alla larga, tanto che nell’ordinanza si leggono passaggi impietosi sulle difficoltà e gli ostacoli che investigatori e inquirenti hanno trovato nel reperire dati (spesso inesistenti) e documentazione (ancor più spesso incomprensibile). La procura, ricorrendo alle parole pur «approssimative ed inadeguate» di Ludovico Albert, ex direttore generale del dipartimento della Formazione dal 23 febbraio 2011 al 22 novembre 2012, ricostruì un quadro agghiacciante, a fronte di un budget di 2,1 miliardi per il settennio 2007/2013.

Cinque volte il Veneto

«In Sicilia - si legge a pagina 16 dell’ordinanza firmata il 9 luglio 2013 dal giudice Giovanni De Marco - gli enti accreditati, di solito in base a mera autocertificazione e in assenza di veri e propri controlli sostanziali, sarebbero addirittura circa 1.600, quasi cinque volte più di quelli accreditati in Regioni quali il Veneto; le verifiche, normalmente postume, avvengono a distanza di anni dallo svolgimento delle attività e dall’impiego del denaro pubblico (...) pur all’occhio inesperto e grossolano, non può sfuggire come i costi per l’organizzazione di tali corsi - pur prescindendo dai risultati che non pare siano particolarmente lusinghieri - appaiano spesso esorbitanti e, verosimilmente, fuori di ogni logica di mercato».

Tanto per non lasciare sospesa la curiosità del lettore, al 24 settembre 2017 gli organismi di formazione accreditati in Veneto erano 510, sette in meno del 2016.

Pronti a ripartire

Alle soglie delle elezioni regionali, la situazione è di stallo ma nessuno vuole rinunciare a una torta per il settennio 2014/2020 che non sarà ricca come un tempo ma mette pur sempre a disposizione oltre 257,5 milioni dal Fondo sociale europeo (Fse). L’avviso 8 della Regione sulla formazione professionale - un mega bando da 136 milioni - non è ancora partito, sospeso tra ricorsi al Tar e bandi riscritti, tra polemiche e accuse. I corsi sono fermi da oltre due anni ed è logico che gli enti accreditati siano nel frattempo diminuiti, mentre i formatori iscritti nell’elenco al 29 novembre 2016 (e dai quali attingere) sono ancora 16.628.

Spulciando nel sito del dipartimento per la Formazione si scopre però che si sono accreditati 264 enti nel 2016 e 330 nel 2017. Già, perché nel frattempo con le ultime riforme della scuola (obbligo dell’istruzione fino a 16 anni, che introducono, dopo la scuola media, un percorso obbligatorio di istruzione o di formazione professionale, attraverso i tirocini) hanno debuttato anche in Sicilia i corsi di durata triennale o quadriennale. Sono pochi, hanno meno fondi, ma sono sicuri: garantiti dall’obbligo dell’istruzione. A titolo di esempio, solo per l’anno formativo 2016/17 (che equivale all’anno scolastico) la dote statale è di circa 18 milioni ai quali si aggiungo i circa 24 di matrice regionale.

Rispetto a un tempo i 257,5 milioni per il periodo 2014/2020 del Fondo sociale europeo e quei pochi milioni che arrivano dallo Stato saranno briciole ma ormai la Sicilia si attacca anche a quelle, nella speranza che con la pace nel mondo arrivi almeno la possibilità di un lavoro.

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