a un mese dal voto

Quell’idea di Europa che ancora unisce

di Giuseppe Lupo


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3' di lettura

Mai come in questo momento, a poche settimane dal voto con cui è stato rinnovato il Parlamento europeo, sarebbe necessario ripensare al discorso che Hugo von Hofmannsthal pronunciò il 10 gennaio 1927 nell’Aula magna dell’Università di Monaco. «Non è l’abitare sul suolo natio né il contatto fisico generato dai commerci che ci unisce a formare una comunità» - affermava quel giorno lo scrittore viennese alla presenza di Karl Vossler, rettore dell’Università -, «bensì, prima di ogni altra cosa, l’esistenza dei legami spirituali». Hofmannsthal richiamava un principio che apparteneva alla sua sensibilità di intellettuale in sintonia con la nazione di cui si sentiva parte e che puntava tutto sull’idea di una potenziale identità da individuare nelle opere letterarie non soltanto come frutto di una cultura popolare, ma come luogo in cui cercare e trovare i paradigmi di una comunità politicamente riconoscibile. Il discorso non era nuovo. Apparteneva a quel modo di sentire la letteratura che era già stato nell’epoca romantica. Nuovo tuttavia era il richiamo alla funzione di collante, dunque al valore fondativo da destinare ai libri facendo di essi il manifesto concreto di una riconoscibilità. Era stato lo stesso Hofmannsthal, cinque anni prima della prolusione, a suggerire una verità che sembra essere così chiara agli occhi degli intellettuali - coloro i quali, sulla scorta del lessico nietzschiano, egli chiama cercatori - da rischiare quasi il pericolo di non essere ripetuta: «Noi non abbiamo la storia che ci tenga uniti. Solo nella letteratura troviamo la nostra fisionomia». Chiunque avesse desiderio di leggere l’intero discorso, può farlo ora nell’elegante edizione che si intitola Le opere come spazio spirituale della nazione, curata dalla germanista Elena Raponi per i tipi Morcelliana. Certo l’autore si rivolge a una Germania uscita sconfitta dalla Grande Guerra, ma culturalmente assai più vitale e moderna di quella che gli anni Trenta ci avrebbero consegnato. Però mostra di credere nella necessità di una cultura che obbedisca alla strategia del moderno, cioè si faccia costruzione di un sentire comune, condivida fino in fondo il differenziarsi di ogni singolo individuo quale elemento cardine su cui far poggiare l’edificio delle istituzioni come patrimonio di tutti.

Il pensiero corre subito a quel miracolo di sapienti sperimentazioni che fu la scuola del Bauhaus, fondata a Weimar da Walter Gropius e considerata il cuore di quell’Europa artistica e architettonica che affermava le sue verità nel dialogo. Ed è un pensiero che si ripropone in tutta la sua drammatica urgenza da almeno vent’anni, da quando cioè l’unità di questo spazio che noi chiamiamo Europa ci ha restituito, accanto agli innegabili benefici economici, diciamo anche accanto alla più lunga esperienza di convivenza pacifica che mai prima d’ora ci sia stata regalata, il senso di una incompletezza, di un’apparente totalità. Da tempo, infatti, si avverte il bisogno di rimodellare questo spazio puntando non soltanto sugli aspetti che una certa logica pragmatica impone nella loro nuda necessità. Dov’è possibile rinvenire quello che Hofmannsthal chiamava «anima della nazione»? Carlo Ossola, in un libro di recente (Europa ritrovata, Vita e Pensiero), nato proprio da articoli questo giornale, compiva una sorta di inchiesta sulle orme di un immaginario che procede, a strati, nei libri, nelle biblioteche, nelle vetrate delle cattedrali gotiche, negli umili affreschi sulle pale d’altare, ovunque sia possibile rintracciare le forme di un sapere che è servito per edificare e non per distruggere. L’Europa che dovremmo raggiungere - quella che seduce non appena un treno o un aereo si stacca dalla zona di partenza - ha il carattere sfuggente delle chimere, probabilmente si nasconde, ma esiste, ne respiriamo ogni volta il legame come memoria, come condivisione di una appartenenza nel dolore da cui ci siamo mossi piano piano, all’indomani del 1945. Probabilmente in questi due estremi dovremmo riuscire a distinguere l’alfa e l’omega di essa: nell’estremo buio da cui abbiamo voluto fuggire, individuando nelle prime forme di cooperazione politico-economica le basi per cui stare insieme, e nell’estrema luce che appartiene da sempre alle intelligenze di un continente in perenne movimento. Non si può e non si deve dubitare su quanto lungimirante fosse l’intuizione di Schuman, ma nemmeno limitarsi a ipotizzare soltanto nel dizionario economico l’unico strumento adatto a tenere in uno stesso destino popoli dal passato conflittuale. Le elezioni dello scorso mese ci ricordano che puntare solo sull’Europa dell’utile e delle particolarità può essere un errore, non solo perché vanifica lo spirito comunitario, ma impedisce di far sentire la sua voce a quella coscienza delle nazioni che si costruisce alla stessa maniera con la lingua dei poeti e il naufragio dei migranti.

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