l’intervista all’ammiraglio marcello de donno

Accadde 40 anni fa: «Quell’ordine improvviso: destinazione Vietnam»

Marcello De Donno, 78 anni, è stato capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2001 al 2004, poi presidente dell'Augusta Westland e della Lega Navale

di Marco Ludovico


“Missione Vietnam”: 40 anni fa partirono le navi per salvare i “boat people”

4' di lettura

Esperienza indimenticabile, quella del Vietnam. Ancora oggi, dopo quarant'anni esatti, Marcello De Donno, 78 anni, ne parla con dovizia di particolari e una collana di emozioni celate, ma non troppo, dietro la tempra del grande ufficiale. De Donno è stato capo di Stato Maggiore della Marina Militare dal 2001 al 2004, poi presidente dell’Augusta Westland e della Lega Navale. Il suo racconto è la sintesi del militare al comando e dell’impegno umanitario. Profili oggi forse in contraddizione, qualcuno li mette perfino in contrapposizione. Allora sono stati cifra unica dell’azione dello Stato.

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Ammiraglio De Donno, quando apprese la notizia della missione?
Eravamo a Tolone, in Francia, me lo disse il comandante del Veneto Franco Mariotti, ero il suo secondo. Tutti, dopo una lunga stagione di lavoro, eravamo pronti a riunirci alle nostre famiglie per la pausa estiva. Speranza disillusa: la missione era immediata, le ferie potevano aspettare. L’operatività non ammette tentennamenti, lo comunicammo subito all’equipaggio. La priorità era ormai una sola. E ci dovevamo organizzare subito.

Uno sconvolgimento improvviso
Sul Veneto c'erano circa 500 uomini di equipaggio. Li riducemmo, con lo sbarco a Taranto, a 350. Dovevamo fare spazio ai naufraghi. Le esigenze di assetto militare rimasero intatte per motivi di sicurezza. Ma molte zone della nave dovevano avere nuovi assetti. Allestimmo dormitori separati per uomini, da una parte, donne e bambini dall'altra.

Dove fu fatto tutto questo lavoro?
In porto a Taranto. Un lavoro senza sosta, “H 24”: finimmo, infatti, in cinque giorni. Un alloggiamento per donne e bambini, 120 posti; l’altro, per i maschi, con letti a castello, poteva contenere 300 persone, era nell’hangar, a poppa. L’alloggio sottufficiali fu trasformato in infermeria. Sotto il ponte di volo organizzammo un’area protetta per consentire ai profughi di stare all’aperto. Ci vollero anche una decina di locali igienici in più.

Com’era l'atmosfera a bordo prima della partenza?
Positiva. Nessuno si nascondeva il dispiacere del mancato ricongiungimento alle famiglie. Ma avevamo la netta percezione, tutti, fino all’ultimo marinaio, della responsabilità affidataci dal governo e dal presidente della Repubblica Sandro Pertini.

Lei aveva nel 1979 aveva 38 anni. Riuscì a salutare la sua famiglia prima di salpare?
Al quarto giorno di preparazione della nave a Taranto riuscii finalmente a scendere a terra. Per abbracciare mia moglie, Rosalba, e le mie tre figlie. Marta, allora aveva sette anni, Laura, poco più di due, e Cecilia, un anno.

La missione era formata da tre unità
Il Veneto e lo Stromboli partirono da Taranto, il Doria da La Spezia e ci riunimmo a sud di Creta per proseguire in formazione completa. Durante il viaggio proseguì tutto il lavoro di organizzazione delle unità: non potevamo farci trovare impreparati sotto ogni aspetto una volta raggiunto il luogo dei soccorsi. Facemmo diciotto giorni di navigazione senza scalo finché non arrivammo a Singapore dove rimanemmo fermi quattro giorni.

Una sosta prefissata?
Sì, per diversi motivi. A Singapore c'era il sottosegretario Giuseppe Zamberletti, autorità politica di governo. Ma avevamo anche la necessità di fare un'ampia ricognizione informativa. Parlammo con l'ambasciatore della Malesia, l'addetto militare inglese, ogni interlocutore in grado di fornirci notizie utili. Il 25 luglio lasciamo la baia di Singapore. Avevamo definito le zone di mare da pattugliare.

L'attesa di trovare i boat people non fu lunga
Subito, la mattina del 26, facemmo il primo soccorso. Avevamo due religiosi a bordo, interpreti, conoscevano il vietnamita. Quando avvicinammo l'imbarcazione, con un megafono dovemmo essere chiari: eravamo pronti a raccoglierli ma non potevamo trainarli né lasciarli in porti dei paesi limitrofi. Dovevano venire con noi in Italia. Salirono tutti a bordo, ci volle poco più di un'ora.

Quale fu il loro stato d'animo sul Veneto?
Ricordo ancora i loro occhi: c'era il dolore di aver lasciato tutto, il senso di smarrimento, le incognite del futuro. E la sofferenza atroce, in molte donne, nell'aver subito violenze. Ma lo scorrere dei giorni in mare, le attenzioni e il sostegno che abbiamo dato loro, lo scambio umano sempre più intenso, hanno rischiarato, poco a poco, i loro volti. Al termine del viaggio di ritorno, venti giorni dopo, lo scalo era a Venezia, ci sono state scene commoventi.

Di che genere?
Abbracci, lacrime, un affetto incontenibile. E la gratitudine negli occhi, enorme, perché erano consapevoli e riconoscenti con noi di averli fatti rinascere. Qualcuno non voleva proprio sbarcare dalla nave. Ma erano destinati a un centro per rifugiati politici. Sono state per me, come per tutti, emozioni grandi, positive. Molti di loro sono rimasti poi in Italia, mantengo tuttora contatti con alcuni. Poi è stata una grande esperienza manageriale, di organizzazione di persone, di processi, di emergenze e di equilibri delicati da mantenere.

Ammiraglio, non crede che oggi i valori e le emozioni di allora siano andati persi?
Noi facemmo un'azione dimostrativa. Non si può paragonare quella missione con gli scenari attuali del Mediterraneo. Con un'Europa sorda, egoista e arrogante. E i governi precedenti responsabili di una gravissima sottovalutazione e di una gestione dell'immigrazione all'insegna della leggerezza. Le conseguenze le stiamo pagando oggi.

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