leadership

Quella diffusa voglia di uomini forti in politica

di Carlo Carboni


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(AbacaPress/LaPresse)

3' di lettura

Riflettori puntati sull’affermazione di leader forti. Sostenuta senza mezzi termini da Grillo, è incarnata nell’attualità dal decisionista Trump e da Marine Le Pen, candidata-presidente a donna forte francese che sfida Europa e Nato.

Secondo “La Politica” di Aristotele, che si può considerare un testo evangelico per le democrazie moderne, la debolezza delle classi medie è la causa dell’ascesa di capi demagoghi- tiranni al tempo, “uomini forti” oggi. Accade quando in un Paese i ricchi diventano sempre più ricchi e potenti e, al contempo, aumenta il disagio sociale tra la maggioranza della popolazione. Una società diseguale, secondo Aristotele, radicalizza la democrazia e incoraggia estremismi tirannici. La preminenza della medietà sociale, al contrario, dà stabilità alla politica, equilibrio alla democrazia. Questa è la spiegazione sociologica all’insorgenza di Trump negli Usa, dove le classi medie hanno preso un’indiscutibile batosta dalla terza rivoluzione tecnologica (Ict) - risparmiatrice di lavoro ripetitivo - e poi dalla crisi economico-finanziaria. La debolezza delle classi medie spiega anche l’ascesa di Putin, uomo forte in una Russia in cui le disuguaglianze economiche sono le più elevate al mondo: l’1% più ricco degli adulti possiede il 75% della ricchezza nazionale(Global Wealth Report 2016); e ancora, la vittoria schiacciante di Modi - uomo forte in India - nel 2014, contro il partito del Congresso, che aveva dominato per decenni senza una lotta efficace alla povertà.

Si tratta di capi che sanno andare direttamente al popolo per via plebiscitaria, cercando di dis-intermediare il rapporto tra istituzioni politiche e popolo “sovrano”. Sfruttano (ma anche compensano) il discredito delle nomenclature di partito e la sfiducia diffusa verso le élite democratiche ormai implose, accusate dal popolo di autoreferenzialità e soprattutto di non averlo protetto con efficacia dalle conseguenze della crisi economico-finanziaria. È da questo mood popolare che nasce il risentimento anti-establishment anche di Brexit.

Se c’è un trend verso l’uomo “forte”, vanno tuttavia tenute in conto le diversità di contesto. Trump si può spiegare anche con lo spiccato “nuovismo” degli statunitensi o con un pregiudizio di genere nei confronti della sua rivale. Putin con una propensione storica dei russi allo zar, si chiami Pietro Romanov, Stalin o Putin. Modi, orgoglio hindu, anche con appartenenze religiose. Differente è anche il caso della Merkel, che spicca in un’Europa a forte trazione tecnocratica, ma affetta da gravi squilibri tra Stati (“le due velocità”) e da nanismo politico su scala globale. Il mondo che l’Europa ha dominato per oltre quattro secoli, uscito dal letargo, con la sua crescita giovane e dinamica l’ha infiltrata e irrevocabilmente ridimensionata.

Le differenze permangono anche tra leader occidentali atlantici. Trump vince sfruttando il proverbiale nuovismo americano, puntando sul risentimento delle classi medie e sul disagio sociale diffuso. Merkel, al contrario, si è affermata per l’orientamento conservatore degli europei e per una miglior tenuta della classe media rispetto a quella degli Stati Uniti.

A dispetto di tutte queste differenze, è innegabile che ci sia una tendenza, anche in Occidente, verso capi forti, che riducono i partiti a organizzazioni personali e le élite a stuoli di fedeli nominati. Anche i media - odierno scenario della politica - non hanno bisogno di partiti né di élite, ma di pochi leader dei quali poter esaltare ambizioni, fascino, carisma e, soprattutto, il potenziale anti-casta. La personalità del leader può persino trascendere il contenuto del messaggio politico, il che ovviamente crea incertezza, come nel caso di Trump o in quello della Le Pen.

Modi, primo leader tra quelli delle democrazie rappresentative a essersi affermato tre anni fa in quanto “uomo forte” e “messia dei poveri”, con provvedimenti come la recente demonetizzazione o l’introduzione di una tassa unica sui beni (sostituendo i mille balzelli dei singoli stati), può essere preso a esempio di coerenza con i suoi intenti programmatici. Sta forgiando un nuovo blocco sociale di potere e alimenta il suo carisma populista con la demonetizzazione, che ha lo scopo di colpire la ricchezza indebita da evasione fiscale, illegalità e corruzione: obiettivi che piacciono a un’India che conta il 42% dei poveri del pianeta e in cui l’1% della popolazione adulta più ricca ha ben il 59% della ricchezza nazionale. Modi rilancia il potere centrale nazionale di cui è a capo.

Questo nazionalismo sovranista è un driver comune per tutti i potenti leader populisti: con mille sfumature diverse rende gli slogan di Modi analoghi a “Prima l’America” di Trump o all’esumazione della grandeur nazionale della Le Pen). Assume, tuttavia, connotati e significati diversi: forse un passo avanti per la policentrica India, ancora con i piedi d’argilla sul piano della modernizzazione; un passo indietro per la nazione guida dell’Occidente, che non può permettersi chiusure nazionaliste alla Trump. Sarebbe, infine, un anacronismo gollista nella Francia europea del XXI secolo.

Nel mondo globale, le politiche protezioniste e dei “muri”, come le bugie, hanno le gambe corte.

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