microcosmi

Quella lezione da un ritorno a Trieste

di Aldo Bonomi


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Una veduta di Trieste (Marka)

3' di lettura

«Grande è la ricchezza di un’epoca in agonia» scriveva Ernst Bloch. Forse troppo per un fine anno, ma induce il senso della storia per capire il presente. Per spiegarmi la fusione tra Peugeot e Fca ho guardato al Viaggio a Detroit di Beppe Berta. Per cercar di capire l’ansia per il lavoro, primo problema per gli italiani, mi sono letto Ritorno a Trieste libro dello storico Sergio Bologna. Scritti di un over 80, che ha attraversato l’epoca, per poi tornare nella sua città crocevia di una coscienza di luogo da Mittel Europa che incontra la Via della Seta con il suo porto.

Temi grandi che rimandano allo spaesamento geoeconomico e geopolitico. Trieste per il lavoro e per l’impresa non è Detroit, ma i saggi raccolti nel libro sono utile archeologia di sapere per capire. Sia Berta che Bologna, uno industrialista e l’altro operaista, sono partiti dalla Fiat, dalla composizione tecnica del capitale per capire i mutamenti della composizione sociale nell’epoca del fordismo e dell’operaio massa che non è più. Proprio nel rovesciamento del “non più” nel “non ancora” dell’oggi scava il libro di Bologna. Amaro e duro verso le retoriche del tardo Novecento che hanno fatto scivolare politiche e sindacato nell’astrazione del lavoro avvolto dalla retorica della terziarizzazione felice. Perdendo così, la capacità di rappresentare la condizione lavorativa e le forme concrete dei lavori. Tornando al concreto, Bologna analizza il passaggio dalla catena del valore dell’operaio multinazionale alla ragnatela del valore che incorpora sapere e tecnica nel lavoro professionale dove non scompare alienazione, fatica, comando. Anzi, arriva al “non ancora” del conflitto tra lavori concreti, gig economy e padroni degli algoritmi dell’oggi. Il tutto con un racconto da antropologo di una composizione sociale frammentata. Fa meraviglia il suo partire dal mitico ’68, giustamente storicizzato non come rivoluzione per la presa del palazzo d’inverno, ma come «rivoluzione in quanto ha affrontato la critica dei paradigmi culturali e scientifici con i quali si formano le professioni».

Seguendo professioni e competenze prima con la conricerca in fabbrica, poi per sua professione nella logistica e nelle reti, Sergio Bologna racconta la fabbrica diffusa, la frammentazione e la precarizzazione del lavoro: il capitalismo molecolare. Qui ho incontrato Sergio Bologna che ha insegnato, a noi dei distretti, che il lavoro autonomo di prima generazione, evoluzione postfordista dell’artigiania, era anche lavoro operaio concreto e diffuso da continuare a cercare fabbrichetta per fabbrichetta nella città infinita delle imprese a cielo aperto nella pedemontana lombarda e veneta con i suoi porti, Genova e Trieste, che imbarcavano le merci nel produrre per competere nella globalizzazione. Già nel lavoro di fabbrica aveva colto il “ruolo sociale dei tecnici” per poi seguirli fuori nel farsi lavoratori della conoscenza, lavoro autonomo di seconda generazione che proliferava nella città infinita della conoscenza globale in rete a base urbana. Spalmati in quella logistica hard e soft che muoveva merci scomponendo le antiche cooperative e mutue dei porti, i camalli di Genova in molecole di facchinaggio, e la rete che metteva al lavoro nel ciclo della conoscenza un esercito di partite Iva nel design, nella creatività, nel marketing… nel lavorare comunicando. Da qui il suo impegno militante in Acta (l’Associazione dei freelance) per vedere riconosciuti diritti, ruolo, ai “nuovi lavori” cercando di dare coscienza di sé a quella moltitudine raccontata come fantasmi e allegoria delle start-up per tutti con pochi salvati, nelle alte tecnologie, e tanti sommersi. In questa perdita di potere e di negoziazione di una composizione sociale, Bologna individua uno dei driver principali della decadenza della classe media.

Censita nel ’900 da Sylos Labini ed oggi raccontata come simulacro di una società signorile (Ricolfi) di massa come gig economy. Che si svela nel dispiegarsi del lavoro autonomo di terza generazione messo al lavoro dal capitalismo delle reti e dell’algoritmo con l’ “uberizzazione” o con Amazon e i ritmi dei padroncini dei furgoni che ci consegnano la merce, che diventano biciclette che consegnano pasti caldi a ceti medi impoveriti che sperano di recuperare la rendita di un tempo tramite Airbnb nella gentrificazione digitale delle città. Ritorno a Trieste è un messaggio in bottiglia per una rivitalizzazione della rappresentanza verso le forme concrete dei lavori e della vita materiale quotidiana per dare un senso all’economia della conoscenza ed industria 4.0: quello del buon lavoro. Il libro termina con riflessioni autobiografiche del giovane Bologna, nella Trieste della guerra e dei nazionalismi. Un monito per la politica da quel porto Adriatico che ha l’Europa alle spalle e davanti la Via della Seta. Un libro ancora da scrivere.

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