Il saggio

Quella lunga marcia del debito che pesa e dovrà essere stoppata

di Dino Pesole

(Conway Alec RF / AGF)

3' di lettura

Il debito pubblico è parte integrante della nostra storia. Se si guarda al tetto massimo scolpito nelle tavole del Trattato di Maastricht fin dal 1992 (il 60% del Pil), ancorché ora sospeso fino a tutto il 2022 per effetto della pandemia, siamo l’unico Paese al mondo ad aver superato quel limite per più di 110 anni. E ora, in conseguenza delle ripetute manovre in deficit disposte dall’aprile del 2020, pari a oltre 200 miliardi, e del crollo del Pil (-8,9%), il debito viaggia spedito verso il 160% in rapporto al prodotto. In termini assoluti, si è raggiunto il picco dei 2.640 miliardi. E tuttavia una sorta di sentimento generale di rimozione sembra aleggiare nel nostro Paese. Non è un problema – si dice – arriveranno 248 miliardi da qui al 2026 sotto forma di prestiti e sovvenzioni europee. E poi di che preoccuparsi, visto che circa un quarto dei titoli di Stato in circolazione è nelle mani della Bce? Vero ma occorre ricordare che le risorse del Recovery Fund non verranno erogate “a prescindere”, ma solo a fronte della puntuale realizzazione del Pnrr. E quando la politica monetaria della Bce tornerà a normalizzarsi, quel macigno andrà rimosso. Come? Con la maggiore crescita dell’economia e attraverso un costo di finanziamento del debito che dovrebbe continuare a giovarsi di tassi contenuti. Ma soprattutto se vi sarà la consapevolezza che gli errori del passato vanno tenuti nel giusto conto. Ecco perché vale la pena di leggere con attenzione il libro Storia del debito pubblico in Italia, dall’Unità a oggi di Tedoldi e Volpi (Laterza), di cui si è discusso lo scorso 5 giugno al Festival dell’Economia di Trento e di cui ha accennato ieri qui Valerio Castronovo. Se ne trae un utile insegnamento sulle molteplici cause che hanno condotto all’impennata del debito. È lecito chiedersi a chi vadano attribuite le responsabilità e in che modo se ne potrà venire a capo. La prima risposta al quesito “a chi attribuirne la responsabilità” è nell’introduzione: il debito «ha assunto nella storia del nostro Paese, fin dall’inizio e per lunghi tratti, il ruolo dello strumento essenziale per garantire il consenso». Un processo che ha investito lo Stato, alla ricerca di un «senso di cittadinanza da edificare» e la politica alla ricerca costante di un tornaconto in termini elettorali. E se quella che potremo la “lunga marcia” del nostro debito pubblico trae proprio origine, all’indomani dell’Unità d’Italia, dalla decisione politica di far propri i debiti degli Stati pre-unitari (necessaria per conquistare la fiducia dei partner europei e dei mercati), nel corso dei decenni emerge con chiarezza che la gestione del debito è stata condotta con esiti incerti su diversi livelli che paiono interconnessi tra loro: l’indispensabile “fiducia”, il «credito di tutta l’Europa» (e dei mercati) di cui parlò il ministro delle Finanze del neonato Regno d’Italia, Pietro Bastogi, e le conseguenti azioni di politica economica, non sempre lungimiranti.

Il “vincolo esterno” ora può funzionare, e la svolta in Europa è evidente. Lo ricordano gli autori quando sottolineano che nei fatti è stato infranto il tabù degli eurobond ed è crollata di colpo l’intera architettura finanziaria eretta a salvaguardia della stabilità dell’eurozona dopo la crisi del 2008-2009. Possiamo per questo ritenere che, quando torneremo alla normalità, saremo sollevati dall’onere di dover fare noi per primi i conti con un debito di tali proporzioni? «La credibilità internazionale»: ecco un termine che ricorre a più riprese nell’attenta cronistoria del nostro debito pubblico condotta dai due autori. Proprio quella che venne meno nella drammatica crisi del 1992 e in anni più recenti nel 2011 quando siamo finiti nel pieno di una tempesta finanziaria che ha rischiato di far franare l’intero edificio europeo. Troppi grandi per fallire, si disse allora. Abbastanza grandi e maturi oggi, per provare a costruire un futuro in cui il rischio di nuovi “cigni neri” venga neutralizzato per tempo.

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