Opinioni

Quella scommessa di Ciampi per l’Europa

Ci si rese conto che l’Italia sarebbe stato l’unico Paese fondatore a voler rinviare

di Dino Pesole


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(Agf)

4' di lettura

Una manovra per l’euro e l’Europa, quella che nel 1997 consentì di entrare nella moneta unica. Forse uno degli ultimi e rari esempi di ritrovato orgoglio nazionale. Come propone Innocenzo Cipolletta sul Sole 24 Ore del 6 febbraio, una cura alla Ciampi sarebbe necessaria anche ora. Certo ci fu l’eurotassa che fruttò 4.300 miliardi delle vecchie lire, poi restituita al 60% dal governo guidato da Massimo D’Alema. Imposte, niente altro che imposte, avrebbe chiosato Quintino Sella.

In realtà a rileggere le cronache dei mesi in cui il governo Prodi giocò e vinse la carta dell’Europa, il risanamento dei conti realizzato in un anno con il deficit che da oltre il 7% passò al 2,7% è solo in parte attribuibile all’aumento della pressione fiscale. Si trattò di un’ardita scommessa, che Ciampi da ministro del Tesoro condusse forte del suo prestigio, ma anche con l’umiltà del “commesso viaggiatore” in giro per le capitali e le piazze finanziarie europee a convincere i dubbiosi partner europei e i mercati. È la chiave di volta si chiamava fiducia. Non a caso, se si guardano le cifre, buona parte del risanamento della finanza pubblica fu condotto sul versante della spesa per interessi, chiave e termometro dell’affidabilità del Paese. L’Europa e i mercati diedero credito a Ciampi e al governo Prodi, una pagina da non dimenticare. Il “miracolo del 1997”: Ciampi ne ha parlato più volte nel corso di numerose interviste concesse al Sole 24 Ore, in libri e interventi pubblici. «Il miracolo di aver abbassato il nostro disavanzo dal 7% a meno del 3% non è avvenuto per caso, ma deriva dall’aver operato tutti insieme per cercare di affermare la dignità dell’Italia».

Ed eccole le tappe salienti del “miracolo Ciampi”. L’arrivo del governo Prodi dopo le elezioni del 21 aprile 1996 coincise con un’attenta due diligence sui conti pubblici che non lasciava molti margini. L’Italia non avrebbe fatto parte del gruppo di testa dei Paesi aderenti all’euro. Sarebbe entrata forse un anno dopo. Complice il rallentamento della crescita e l’ingombrante retaggio del debito pubblico ereditato dagli anni Settanta e Ottanta, il deficit era molto lontano dal limite massimo del 3% del Pil previsto dagli accordi europei. La rituale manovra correttiva varata il 19 giugno del 1996 provò a invertire la rotta: 16mila miliardi, di cui 11mila miliardi composti da tagli di spesa, con l’obiettivo di ricondurre il fabbisogno a 114mila miliardi, a fronte di un avanzo primario di 82.600 miliardi e una spesa per interessi di 195.600 miliardi.

In quello scorcio del 1996, come certificò il Dpef di fine giugno, la manovra per il 1997, l’anno decisivo per l’ammissione alla moneta unica, era indicata in 32.400 miliardi delle vecchie lire. Impossibile agganciare il treno Europa. Tanto che con realismo l’obiettivo veniva fissato l’anno dopo, al 1998, magari nell’aspettativa che il rinvio di un anno fosse disposto per tutti. La svolta, per la verità inattesa, si ebbe dopo il vertice italo-spagnolo di Valencia del 16 e 17 settembre. Toni cordiali, comune riconoscimento del significato della nascente moneta unica, tassello fondamentale dell’auspicata integrazione politica. Alla fine del colloquio tra Prodi e il premier spagnolo Josè Maria Aznar nella saletta del primo piano dell’Hotel Valencia Palace, emerse chiaramente la «ferma determinazione» del governo spagnolo e far parte del gruppo di testa dei Paesi fondatori dell’euro.

Prodi e Ciampi si resero conto che l’Italia, Paese fondatore della Comunità economica europea sarebbe stato l’unico dei grandi Paesi dell’Europa mediterranea (la Grecia era molto lontana dai parametri richiesti) a spingere per un rinvio dell’esame di ammissione all’euro. Prodi e Ciampi decisero di tentare e nei giorni in cui il cancelliere tedesco Helmut Kohl dichiarava che il gruppo di testa composto da cinque o sei Paesi non comprendeva l’Italia, andarono in Consiglio dei ministri e proposero il raddoppio della manovra. Ciampi: «Certo potremmo entrare in un secondo tempo, ma non sarebbe la stessa cosa. Senza l’Italia nascerebbe un euro a larga prevalenza mitteleuropea».

L’eurotassa fu versata dagli italiani senza colpo ferire, ma per riportare i conti sulla rotta del fatidico 3%, fu necessaria una nuova manovra correttiva da 15.500 miliardi, varata dal Governo il 27 marzo del 1997. Un anno vissuto pericolosamente, il 1997, sull’ottovolante dei mercati e dello spread. Ciampi annotava quotidianamente in un foglietto che teneva in tasca l’andamento del differenziale con i bund tedeschi. Fino alla certificazione ufficiale: il 28 febbraio 1998 Eurostat trasmetteva alla Commissione europea la tabella con i numeri dei Paesi. Accanto all’Italia, alla voce fabbisogno del settore statale figurava il 2,7%. Partita vinta sui numeri. Ciampi fece il resto convincendo i riottosi nordici, soprattutto olandesi, a partire dal falco ministro delle Finanze Gerrit Zalm. Al termine del Consiglio europeo che ai primi di maggio del 1998 fissò le parità irrevocabili tra l’euro e le monete nazionali, Ciampi rilasciò un’intervista al Sole 24 Ore: «L’ho detto più volte e lo confermo: l’Europa è nel sangue degli italiani, e i partiti non possono che riflettere questa realtà».

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