l’inchiesta

Quella «sete» di denaro che ha prosciugato gli acquedotti

di Claudio Gatti

(Gaetano Lo Porto / AGF)

7' di lettura

La demagogia paga per chi la predica e costa per chi se la beve. Come l'acqua a Frosinone, dove per anni gli amministratori locali hanno tenuto le tariffe idriche congelate nonostante l'impegno con il gestore ad aumentarle in concomitanza con i suoi investimenti. Poi è arrivato il conto. Con tanto di arretrati e interessi, ovviamente. E adesso gli abitanti della provincia ciociara pagano ad Acea il doppio di quanto pagano i romani per via dell’odioso conguaglio prima deciso da un commissario nominato dal Tar e poi ratificato dal Consiglio di Stato. Nel frattempo gli amministratori responsabili di questa bomba a scoppio ritardato sono passati a fare altro.

Politici e amministratori nazionali non sono stati migliori di quelli ciociari. Ben più indigesta del conguaglio per il frusinate sarà infatti la multa che l’Italia dovrà pagare se la Corte di Giustizia europea dovesse dare ragione alla Commissione nella procedura relativa all’inadeguato trattamento delle acque reflue in 758 agglomerati urbani di 18 Regioni. Oltre a una sanzione forfettaria di 63 milioni, la Commissione chiede 126 milioni all’anno da pagare fino alla messa a norma degli impianti. Poiché difficilmente si riusciranno a completare in meno di otto anni gli interventi rimediali che in 13 anni di contenzioso non sono mai stati realizzati, oltre a investire quello che avrebbe dovuto, l’Italia si potrebbe trovare a pagare un conto aggiuntivo di oltre un miliardo. Parliamo di una cifra di 250 milioni superiore a quella degli investimenti che l’Autorità per l’energia elettrica il gas e il sistema idrico, o Aeegsi, ha denunciato come “mancanti” nella sua ultima relazione.

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In questi giorni si parla molto dello straordinario costo, economico e umano, che il nostro Paese sta pagando da decenni per via del vuoto strategico in campo sismico e idrogeologico ma, pur non avendo fatto vittime, l’immobilismo demagogico sta causando gravi danni anche sul fronte idrico. Per capirlo c’è voluta la siccità di quest’anno, con la richiesta dello stato di calamità da parte di 11 Regioni e la Capitale in stato di quasi-razionamento idrico.

Da un’inchiesta de Il Sole 24 Ore emerge che questi problemi non vanno attribuiti all’eccezionalità della situazione meteorologica bensì alle scelte – o non-scelte – fatte e reiterate per decenni da politici e amministratori. Lo sostengono tutti gli esperti del settore da noi consultati. Ma soprattutto lo attestano i numeri (oltre che le sanzioni europee). «Bisogna lavorare in tempo di pace, per esser pronti quando scoppia la guerra. Ma se prima te ne freghi, una volta scoppiata la guerra emergono solo scenari pericolosi o dibattiti fuorvianti e sterili polemiche politiche», dice Roberto Mazza, idrogeologo dell’Università la Sapienza di Roma. Marco Petitta, anche lui professore di Idrogeologia della Sapienza e vicepresidente dell’Associazione internazionale degli idrogeologi, concorda pienamente. E arriva a parlare di «ciclo idro-illogico».

«In Italia il combinato di qualità e quantità delle risorse è buono. E dalla metà dell’800 alla metà del 900 sono stati fatti molti investimenti. Ma negli ultimi 30/40 anni, oltre a vivere di rendita, abbiamo fatto di tutto per dilapidare quel patrimonio», aggiunge Andrea Mangano, ingegnere idraulico che ha amministrato svariate aziende del settore.

Secondo uno studio del ricercatore del Dipartimento di Scienze Economiche e Statistiche dell’Università di Udine Paolo Ermano, mentre nei 15 anni tra il 1954 e il 1968 si è investito una media annuale di oltre lo 0,24% del Pil, nei 29 successivi la percentuale è crollata allo 0,15, un tasso di investimenti che gli esperti concordano essere tra le tre e le quattro volte inferiore a quello necessario. «Per mancanza di risorse pubbliche e per la volontà politica di mantenere tariffe basse a ogni costo, gli investimenti sono rimasti su valori assolutamente inaccettabili fino alla metà degli anni ‘90», ci spiega Donato Berardi, direttore del Laboratorio Ref Ricerche. «Poi c’è stato l’importante momento di rottura dato nel 1994 dalla legge Galli, il cui fine era quello di superare le piccole gestioni locali, favorire una gestione industriale integrata e permettere il recupero dei costi di esercizio e d’investimento. A questa è seguita l’altrettanto importante svolta del mandato indipendente di regolazione dato all’Autorità nel 2012 e infine la riforma della governance del 2014».

Tutto bene quel che finisce bene? Neppure per sogno. «La Legge Galli ha introdotto importanti innovazioni, trasferendo il peso degli investimenti dai conti dello Stato alle tariffe. Ma è risultata troppo disattenta al fatto che molte realtà territoriali non si sarebbero facilmente piegate a quegli schemi. E soprattutto aveva scadenze troppo strette», ci spiega Antonio Massarutto, economista dell’Università di Udine ritenuto uno dei massimi studiosi del settore. «L’adeguamento del sistema a questo nuovo modello non è stato dunque attuato con la velocità prevista e necessaria». Nei cosiddetti ambiti territoriali ottimali creati dalla legge continua ancora a coesistere una pluralità di soggetti che avrebbero dovuto fondersi e ancora non l’hanno fatto. «A 23 anni dalla promulgazione della legge Galli quasi il 40% del Paese continua ad arrancare. Nella grandissima parte del Sud, dove la leva tariffaria è sempre stato solo un tema impopolare ma un vero e proprio tabù, si è rimasti a microgestioni che non investono praticamente nulla», ci dice Erasmo D’Angelis, ex presidente del gestore delle acque di Firenze Publiacqua recentemente nominato Segretario generale dell’Autorità di distretto dell’Italia centrale.

Oltre all’esempio più vistoso d’inadempienza offerto dalla Calabria (dove la riforma è praticamente rimasta sulla carta), persistono 2mila cosiddette “gestioni in economia”, e cioè altrettanti Comuni (pari a circa l’11% della nostra popolazione) che continuano a governare sulle loro piccole reti. I rapporti dell’Aeegsi parlano di «forti carenze nelle condizioni fisiche delle condotte» e di «una rete acquedottistica complessivamente vetusta, con il 22% delle condotte di età superiore ai 50 anni, a fronte di una vita utile considerata ai fini regolatori pari a 40 anni». E tra le sue «prime criticità» si cita «l’elevato livello di perdite idriche». Oltre all’età delle tubature a questo concorre anche il fatto che solo sul 14% della rete di distribuzione i gestori utilizzano sistemi tecnologicamente avanzati per verificare le perdite. Ecco dunque che a Cagliari arrivano al 59,3%, a Campobasso al 67,9 e a Potenza addirittura al 68,8%, quando nel resto d’Europa il tasso medio è di circa il 25% e in Israele a meno del 20.

Insomma è evidente che le perdite sono inversamente proporzionali agli investimenti. E questi in Italia sono da decenni troppo pochi, e ultimamente focalizzati soprattutto sui problemi di trattamento delle acque reflue (per via delle normative e delle sanzioni europee). «Nel quadriennio 2016-2019 gli investimenti stanno arrivando a livelli tripli di quelli di una volta, ma ancora non è sufficiente. Ci sono decenni d'investimenti non fatti da recuperare e, in base alla nostra stima, ammontano ad almeno il doppio di quelli previsti dagli attuali piani d'ambito», sostiene il professor Massarutto secondo il quale, dai 45/50 euro per abitante previsti in seguito al piano tariffario redatto dall'Aeegsi per questo quadriennio, occorrerebbe arrivare il più in fretta possibile a 100. Che porterebbero gli investimenti ai livelli dei Paesi più virtuosi, quali Germania, Francia e Olanda.

Ma ci sono due problemi aggiuntivi. Il primo è che non si riesce a spendere tutto quello che si stanzia: il tasso di realizzazione degli interventi finanziati nel 2014 è stato dell'81,5%, mentre nel 2015 è sceso al 78 per cento. Il secondo motivo èla morosità: secondo uno studio di Utilitalia, la federazione delle aziende operanti nel settore idrico ed energetico, nel 2012 (ultimo anno disponibile) i cosiddetti “crediti scaduti”, ovvero le bollette inevase, rappresentavano il 47% del fatturato dei gestori, pari a circa tre volte gli investimenti realizzati a valere sulla tariffa nel 2011. Risultato: sempre secondo Utilitalia, “il tasso annuo di rinnovo delle reti è mediamente pari allo 0,38%”. Ogni anno vengono cioè sostituiti mediamente 3,8 metri per ogni chilometro di rete, un ritmo che implica un ciclo di sostituzione completa della rete di ben 250 anni.

«Chi si intende di cambiamento climatico pronostica una frequenza sempre maggiore di situazioni come quella che abbiamo avuto quest'anno, e quindi un'alterazione permanente del ciclo dell'acqua», sostiene il professor Massarutto. «E chi è sempre stato abituato a usare acqua con larghezza si troverà in maggiore difficoltà nel momento in cui ce ne sarà meno del solito». Per ampliare le risorse finanziarie disponibili, il professore di Udine suggerisce di creare un meccanismo di ammortizzazione finanziaria dei rischi non dissimile da quello del Portogallo, dove c'è una grande azienda statale che non solo gestisce l'acqua della capitale ma fa da intermediario e garante tra il circuito finanziario internazionale e i gestori locali. In modo che si possa fare il cosiddetto pooling del rischio di credito con i singoli gestori.

Il problema è che un incremento degli investimenti è impensabile senza un corrispondente aumento delle tariffe. Sebbene tutti gli esperti, geologi inclusi, concordino nel ritenere tale aumento non solo legittimo ma imperativo, politici e opinione pubblica continuano però a chiedere il calmieramento di tariffe che sono oggi tra le più basse d’Europa in un dibattito dominato da pulsioni demagogiche anziché valutazioni tecniche o industriali. «Una delle più diffuse fake news del settore è che il privato fa pagare di più il costo del servizio», sostiene l'ingegner Renato Drusiani, advisor tecnico per il servizio idrico di Utilitalia. A dimostrarlo è il parallelo con l’Europa, dove le tariffe sono molto più alte anche nei Paesi in cui i gestori sono pubblici. In Germania, per esempio, l’acqua costa tre volte quanto in Italia.

Ma allora come se ne esce? Una soluzione la propone Erasmo D'Angelis. «La legge Galli è stata ignorata dal 40% del Paese. Il che significa che il suo modello di regolamentazione va rivisto: la divisione in 92 ambiti diversi, ognuno con le sue tariffe e i suoi problemi, non ha funzionato. E a mio avviso è chiaro che non funzionerà mai. L’unica è sganciare le tariffe dalla politica, soprattutto quella locale, e avere una singola tariffa nazionale definita dall’Autorità sul modello del sistema energetico o del gas. In termini di cifre, si dovrebbero a mio giudizio superare i 200 euro di spesa media annuale per famiglia, quindi portare il costo dell'acqua a circa 2 euro a mt3. Poiché questo non basterebbe ancora a creare le risorse finanziarie che il Paese richiede, si potrebbero poi scorporare dalla tariffa gli investimenti nella depurazione, riportandoli in capo alla fiscalità generale, con lo Stato che si impegna a investire un altro paio di miliardi all’anno. In questo modo si arriverebbe finalmente a quei livelli d’investimento europei che tutti gli esperti ritengono necessari».

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