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Quella svolta che non deve essere rinviata

di Paola Profeta

(Armando Dadi / AGF)

3' di lettura

L’Istat registra un aumento del tasso di occupazione femminile a giugno, che raggiunge il 48,8%, valore massimo degli ultimi decenni. Buone notizie? Certo, ma con un po’ di cautela.

Il tasso di occupazione femminile è uno dei dati più tristemente stabili del nostro mercato del lavoro, oscillante tra il 46 e il 47% da almeno un decennio. Si tratta di un valore molto basso, soprattutto se confrontato con gli obiettivi europei, che prevedevano, già per il 2010, il raggiungimento del 60%, e che raccomandano, per il 2020, il traguardo del 75%, sia per il tasso di occupazione maschile, sia per quello femminile. Per avvicinarci ai livelli europei, dunque, occorrono progressi ben più sostanziali.

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Il modesto aumento che registriamo oggi stride con gli enormi progressi compiuti dalle donne italiane nel campo dell’istruzione: da oltre un decennio la percentuale di donne laureate è maggiore di quella di uomini. Ogni anno su 100 ragazzi che si laureano, almeno 60 sono ragazze – erano 25 sessanta anni fa. Passi da gigante.

D’altra parte, dopo anni inchiodati allo stesso valore, anche un leggero aumento va registrato come nota positiva. Un primo passo nella direzione giusta.

La “buona” notizia va accolta con prudenza. Il dato nazionale nasconde grandi eterogeneità territoriali: il Sud è fermo al 30% da decenni. Il tasso di occupazione femminile delle madri è al di sotto di quello di tutte le donne, perché molte smettono di lavorare, per difficoltà di conciliazione tra lavoro e cura dei figli, per mancanza di supporto da parte delle istituzioni, e per fattori culturali che vedono ancora scarsa la condivisione dei ruoli genitoriali. L’Italia resta intrappolata nell’equilibrio negativo di bassa fecondità e bassa occupazione femminile, a differenza di altri paesi europei, come i Nordici o la Francia, dove occupazione femminile e fecondità salgono di pari passo. Segnali di uscita da questa “trappola” ancora non ci sono. E ancora le donne guadagnano meno degli uomini, fin dal primo anno di ingresso nel mondo del lavoro – solo per ricordare le differenze di genere più marcate. Perché servono progressi più decisi? Da anni in tanti sosteniamo che l’occupazione femminile sia motore di crescita economica: in un Paese in cui le donne sono più istruite degli uomini, altrettanto produttive e competenti, l’assenza di metà delle donne dal lavoro è un vero spreco di risorse. È stato stimato un aumento sostanziale del Pil del Paese corrispondente ad una maggiore occupazione femminile, e l’avvio di un circolo virtuoso di occupazione e crescita – oltre che di fecondità e benessere familiare.

I progressi sostanziali non arrivano spontaneamente. Per innescare una vera e duratura svolta dobbiamo investire globalmente su questo tema, coinvolgendo tutti gli attori in campo. Ma sembra che non sia mai il momento giusto. Le condizioni di finanza pubblica del nostro Paese non ci consentono di aumentare la spesa per le famiglie e per le politiche di conciliazione e politiche a costo zero sono difficili da immaginare. La cultura basata su stereotipi di genere e sulla marcata divisione dei ruoli tra uomini e donne sembra impossibile da scalfire – o comunque richiede molto tempo e impegno. La discriminazione – anche quella non volontaria, di tipo statistico o inconscia nei processi di selezione – dei datori di lavoro è ancora intensa e accettata.

Sperimentare con decisione nuove misure può essere una strada per amplificare il risultato positivo (sia pur modesto) di oggi. È successo per la leadership, grazie all’introduzione di quote di genere nella politica e nei consigli di amministrazione. Ci aspettiamo che succeda con la recente legge sul lavoro agile, che introduce flessibilità di tempo e spazio per lavoratori e lavoratrici, e che potrebbe portare ad una maggiore occupazione femminile e ad un migliore bilanciamento dei carichi di cura nella coppia. Sono molte le strade ancora inesplorate. Si può pensare a incentivi monetari o fiscali, connessi alle spese di cura, per le madri che tornano al lavoro dopo il congedo di maternità obbligatorio. Si può aumentare in modo decisivo, e avvicinandosi alle buone prassi di altri Paesi, il congedo di paternità - un periodo esclusivo, non cedibile e totalmente retribuito per i padri alla nascita di un figlio. Vanno ripensate le politiche per la prima infanzia, ancora carenti in tante parti del Paese. I benefici economici di queste misure sono chiari nel lungo periodo. La politica però ha sempre troppo poco tempo. Ma nell’incertezza del momento attuale, e con i segnali positivi che osserviamo, non è forse questo il momento giusto per far decollare l’occupazione femminile? Prendiamo il dato di oggi come un punto di partenza – e non di arrivo – per mettere l’occupazione femminile, finalmente, in cima all’agenda.

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