ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl futuro degli atenei

Quella terza missione dell’università per stare dentro la società

Per la prima volta la terza missione entrerà nella valutazione degli atenei ed inciderà dunque sul Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO)

di Leonardo Becchetti

(Adobe Stock)

3' di lettura

Da qualche anno a questa parte nel mondo dell’università e in quello della valutazione dei professori è entrata in campo prepotentemente la cosiddetta “terza missione”. Per la prima volta la terza missione entrerà nella valutazione degli atenei ed inciderà dunque sul Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO). Dalla definizione stessa si evince che si tratta di qualcosa che va oltre le due missioni tradizionali della docenza e della ricerca scientifica.

Cos’è la terza missione

Di cosa si tratta e perché si è convenuto di recente sulla sua importanza? Per capirlo andiamo a guardare le possibili scelte che l’Anvur, l’agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca consente agli atenei e ai docenti di selezionare in una ricerca più vesta esplorativa avviata proprio sulle attività di terza missione. Le possibili opzioni sono valorizzazione della proprietà intellettuale o industriale, imprenditorialità accademica, trasferimento tecnologico, produzione e gestione di beni artistici e culturali, sperimentazione clinica e iniziative di tutela della salute, formazione permanente e didattica aperta, attività di public engagement, produzione di beni pubblici di natura sociale, educativa e politiche per l’inclusione, strumenti a sostegno dell’open science e attività collegate all’agenda Onu sullo sviluppo sostenibile. Si tratta di un’apertura di orizzonte decisa rispetto alla visione delle due missioni tradizionali e la ragione è molto semplice.

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È opinione diffusa e condivisa che non basta insegnare ai ragazzi nei corsi universitari (in un Paese dove purtroppo la quota dei laureati è ancora molto bassa e deve assolutamente crescere) né ci si può accontentare di fare ricerca e pubblicare lavori su riviste scientifiche. Se è vero che una misura storica tradizionale della generatività e dell’impatto dei docenti è quella dei brevetti e delle citazioni (che ti dicono seppure in modo impreciso che quel mattoncino di sapere che hai costruito sarà utilizzato da altri colleghi per continuare ad allargare conoscenze e saperi) è anche vero che tutto questo non basta. L’avvento dei populismi, il livellamento nel mare magnum della rete e dei social media agli occhi degli utenti dell’informazione, non importa da chi provenga, rendono la terza missione sempre più urgente.

Il ruolo degli atenei per il bene comune

Detta in modo brutale, possiamo lavorare nel nostro santuario ad un progetto bellissimo ma se nel frattempo il mondo brucia c’è il rischio che quel progetto non sarà mai realizzato. Gli atenei possono e devono invece fare moltissimo per il bene comune in ciascuna di quelle opzioni sopra indicate per evitare che lo scollamento tra il mondo della ricerca e della conoscenza e la società assuma dimensioni preoccupanti. La tentazione riduzionista che resiste a questa novità afferma che non ci si può occupare di tutto e bisogna restare chiusi in stanza a scrivere teoremi perché la terza missione sottrae tempo alle altre due. La capacità di tanti colleghi di combinare ottima didattica, ottima ricerca e impegno nella terza missione suggeriscono piuttosto che le tre attività sono complementari e si arricchiscono l’una con l’altra.

Le ricadute positive

Una delle definizioni di terza missione la considera infatti contesto e confine in cui ricerca e società s’incontrano ed interagiscono attraverso uno scambio biunivoco che arricchisce entrambe. È l’incontro con la società e i suoi bisogni che stimola nuove curiosità, apre nuovi interessi ed ipotesi di ricerca, migliora la qualità della nostra didattica perché la rende più comprensibile ai giovani che vivono nel nostro tempo e ci dà spinta entusiasmo e linfa per lavorare alla soluzione dei problemi. È stato giustamente detto che il termine terza missione è un po’ riduttivo e non particolarmente felice dando l’idea che quello di cui stiamo parlando in questo articolo sia un’attività residuale rispetto alle due principe dell’accademico. In realtà la sua importanza crescente è il giusto passo avanti in un percorso che si preoccupa opportunamente dell’impatto e delle ricadute positive dell’attività delle università sulla società. Il futuro di progresso generativo delle università può e sarà significativamente accresciuto dalla loro capacità di aprirsi varchi sempre più vari e importanti che ne amplificano e attualizzano l’impatto sul contesto in cui vivono contribuendo così alla crescita del bene comune. La terza missione indica la via.

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