il dibattito e le idee

Quelle «fantasie» sull’evasione fiscale

di Giulio Tremonti


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(Marka)

4' di lettura

Sul blog di Matteo Renzi si può (tra l’altro) leggere quanto segue: «Rottamare Dracula... è arrivata la sorpresa e il 2016 ha frantumato il record storico di recupero dell’evasione: 17 miliardi. Il precedente era stato stabilito ancora dal nostro governo nel 2015: 14,9 miliardi. Un risultato fantastico, superiore alle aspettative».

Fantastico appunto, nel senso letterale del termine (Wikipedia: «Il fantastico è un genere di narrazione basato sulla rappresentazione di elementi e situazioni immaginarie che esulano dall’esperienza quotidiana, straordinarie, che si ritiene non si verifichino (molto probabilmente) nella realtà comunemente sperimentata. Elementi che possono definire una situazione fantastica sono l’intervento del soprannaturale o del meraviglioso, come la magia o una invenzione tecnologica futuribile, ma non solo. All’interno del vasto ambito del fantastico si possono raggruppare un’ampia schiera di generi differenti, tra i quali l’orrore, la fantascienza, il fantasy, il gotico».).

Dai Carpazi (la patria del conte Dracula) all’Italia il passaggio non è in realtà così fantastico. Al riguardo sia infatti consentito notare quanto segue:
- data la struttura sequenziale tipica dell’attività di recupero dell’evasione fiscale (controlli, verifiche, avvisi di accertamento, ricorsi, adesioni, etc.) i risultati di un anno vanno riportati indietro di alcuni, spesso di molti anni. E dunque, nel caso, incorporando anche l’azione fatta dai precedenti Governi, inclusi i Governi Letta e Monti;
- le serie storiche su cui si calcolano le entrate fiscali non sono mai omogenee. Ma quest’anno, a differenza che negli anni passati, sono state particolarmente disomogenee, incorporando una straordinaria quota di entrate non ordinarie e/o “una tantum” (tra l’altro queste sempre più utilizzate per operare in bilancio disinvolte coperture di pubblica spesa);
- le possibilità di esemplificare al riguardo sono notevoli. Per cominciare, il dato 2016 incorpora per circa 8 miliardi entrate non ordinarie, ovvero “una tantum”. Si tratta del recupero sullo “stock” delle pratiche pluriennali pregresse che è appena stato operato ad esaurimento da Equitalia (!?). E poi ancora la cosiddetta “voluntary disclosure”. Pare in specie alquanto scorretto aggiungere ai dati di cui sopra, pur disomogenei rispetto alle serie storiche, ma comunque relativi a un effettivo “recupero” dell’evasione fiscale, anche i dati di entrata (circa 4 miliardi) che sono derivati da questo particolare tipo di provvedimento. Non solo si tratta infatti di entrate parimenti “una tantum”, ma anche di entrate che risulta alquanto fantasioso qualificare in termini di «recupero di evasione». Come dice il nome stesso (“voluntary”), non si tratta infatti di recuperi di evasione prodotti dall’azione amministrativa, questa essendo nel caso limitata solo a pur complessi controlli di conformità operati “ex post” su dati volontariamente già dichiarati dai “contribuenti”;
- se il dato relativo al recupero dell’evasione del 2014 è stato pari a 14,2 miliardi (questo certo prodotto dall’azione amministrativa svolta anche negli anni precedenti, e senza particolari forme di “una tantum”), se vale più o meno lo stesso per il 2015, anno in cui il recupero è stato pari a 14,9 miliardi, il dato fantasticato sul 2016 («oltre 17 miliardi») va invece e di molto abbattuto e proprio per le ragioni di cui sopra;
- per il futuro un effetto di vuoto sarà poi prodotto dal molto probabile insuccesso della cosiddetta “voluntary 2.0”, oggi cifrata per circa 1,6 miliardi (e su cui pare che dal Governo si faccia ancora maggiore affidamento). Un tipo di entrata questo per cui lo zero sembra a tutt’oggi prevalere sul 2. E a sorte non molto diversa pare (purtroppo) destinata, almeno in base ai dati finora disponibili, la cosiddetta “rottamazione delle cartelle”, cifrata sul prossimo biennio pari a 7 miliardi. E così via;
- non credo di poter condividere, nei termini drastici in cui è stato formulato, il rilievo della Corte dei Conti secondo cui «già nel 2015 l’attività di controllo e accertamento sostanziale ha comportato entrate per 7,7 miliardi» su 14,9 miliardi recuperati in totale. Appena la metà. Il resto è rientrato in cassa grazie ai controlli automatizzati, le famose banche dati che incrociano redditi e dichiarazioni e sputano le incongruenze. Non credo di poter condividere integralmente questo rilievo perché i controlli automatizzati, le banche dati, etc. fanno comunque parte dell’attività dell’Agenzia delle Entrate. Ma è certo che anche questo è un dato su cui fermare l’attenzione;
- a tutto ciò va poi aggiunto, con i relativi effetti di incertezza, il crescente caos normativo prodotto dagli esperimenti normativi in atto e di cui, a partire da Il Sole 24 Ore, la stampa riferisce continuamente. A titolo indicativo questo giornale titolava ieri: «Fisco e bilanci ancora senza bussola»;
- tutto questo non vuole dire che l’azione dell’Agenzia delle Entrate è stata ed è insufficiente, anzi. L’azione dell’Agenzia è stata ed è seria. Ma su questa ha negativamente influito, e non per sue negligenze, la drammatica e ancora in essere carenza degli organici dirigenziali (ancora solo 300 sui 1200 previsti a regime). Chi scrive è stato a suo tempo contrario al passaggio dalla formula tradizionale del pubblico ufficio alla formula nuova dell’Agenzia. Un errore che ho ammesso, riconoscendo l’efficienza del nuovo strumento amministrativo. Efficienza non comune, in Italia. Data la crisi attuale, e comunque con rispetto parlando, non credo che l’importanza strategica dell’Agenzia sia oggi per il nostro Paese inferiore ad esempio a quella della Banca d’Italia. Pur nella differenza delle relative strutture istituzionali, pare dunque necessario, si ripete nell’interesse del Paese, che le figure professionali attive nell’Agenzia trovino una sistemazione equivalente. Una norma articolata in questo senso non sarebbe incostituzionale, sarebbe fondamentale.

In conclusione, le “una tantum” e le “una pocum”, come sopra immesse nel pubblico bilancio, ed i fattori addizionali di incertezza e di incuria che si stanno introducendo o lasciando nel nostro sistema fiscale sono davvero troppi, tanto a fronte del non particolarmente positivo andamento della nostra economia reale, quanto a fronte dei fattori di crisi che da fuori si stanno addensando sull’Italia.

Così che pare davvero il caso di fare uno sforzo, per sostituire le categorie della fantasia con quelle della verità e della serietà.

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