Le aspettative sullo sviluppo

Quelle idee sbagliate sulla crisi

di Renato Brunetta* e Giovanni Tria**


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5' di lettura

Riproponiamo un intervento a firma di Giovanni Tria e Renato Brunetta pubblicato sul Sole 24 Ore il 31 maggio 2008. Al tempo Tria era Ordinario di Economia politica, direttore Ceis di Roma Tor Vergata, mentre Brunetta era ministro della Funzione pubblica. Tra gli altri interventi firmati da entrambi c’è anche questo del 2017 sui «Tre fallimenti dell’Europa». Oggi, 7 febbraio 2019, durante l'informativa di Tria alla Camera, si è consumato un battibecco tra i due: «Stai zitto», ha detto il responsabile del Tesoro rivolgendosi al collega di Fi. Subito il rimprovero di Fico: «La parola la do io, lei ministro non può dire di star zitto a un deputato». Successivamente sono arrivate le scuse.

Le aspettative sono importanti in economia e lo sono ancor di più in questa stagione di forte incertezza sul futuro della crescita mondiale. Le aspettative, poi, entrano in gioco per due aspetti. Il primo è quello relativo alla diagnosi corretta della crisi in atto. Non è certo se i comportamenti degli operatori abbiano già incorporato pienamente le loro aspettative sull'evoluzione della crisi finanziaria, e quindi se la crisi di fiducia abbia già prodotto i suoi effetti ed essi siano già registrati dagli attuali dati economici e finanziari. Il secondo aspetto è ciò che possono fare le autorità di politica economica, Governi e Banche centrali, per stabilizzare le aspettative e, quindi, favorire il superamento rapido del rallentamento o dell'eventuale recessione. Naturalmente le azioni delle autorità si basano, o si dovrebbero basare, su attente considerazioni tecniche. Ma anche nella fase attuale, come in passato, le difficoltà favoriscono anche il diffondersi di idee confuse che entrano nel circuito mediatico influenzando, poi, i circoli politici.

La prima confusione è quella tra congiuntura e crescita. Una cosa è discutere di recessione, una fase della congiuntura, una cosa è presentarla come una crisi di sistema, quasi un mitico indizio di crollo del capitalismo o del sistema del libero scambio, magari connesso agli effetti della globalizzazione. E, soprattutto, è sostanzialmente errato guardare ai problemi di crescita dell'economia europea, ed in particolare di quella italiana, come prodotti necessari ed inevitabili della globalizzazione. Non nuova, ma sempre fuorviante, è la rappresentazione degli scambi internazionali come una guerra o competizione tra Paesi, e la raffigurazione dei mercati globali come una gara tra i vari Paesi. Ancora più fuorviante è spaventarsi quando si vede un Paese perdere di peso in termini di popolazione, di Pil, di ricchezza, relativamente agli altri.

Tre sono le domande chiave sulla relazione tra produttività e competitività internazionali. Cosa accade a un Paese la cui produttività è inferiore a quella dei concorrenti? In cui la crescita della produttività è minore? È più importante la crescita della produttività nei settori che devono competere con l'estero o in quelli che producono per i mercati domestici protetti? Domande già poste in un bestseller del 1994 di Paul Krugman, uno dei maggiori studiosi americani di economia internazionale.

Alla prima domanda si risponde che un Paese con bassa produttività non ha ovviamente un elevato tenore di vita, ma ciò non ha nulla a che fare con il fatto che altre nazioni registrino una produttività più elevata; e, soprattutto, che il commercio con nazioni con produttività più elevata mitiga, non aggrava, le conseguenze della bassa produttività domestica. La seconda domanda entra nel merito della dinamica economica. L'idea che spesso si legge è che se la produttività in Italia cresce meno che negli altri Paesi, siamo in declino. La giusta risposta è che il benessere degli italiani, in media, dipende dal tasso di crescita della produttività. Ma quanto corrano gli altri, da questo punto di vista, è sostanzialmente irrilevante. La risposta all'ultima domanda serve a confutare l'idea che la crescita della produttività sia più importante nei settori aperti al commercio internazionale. Poiché in Italia meno di un terzo degli occupati lavora nel settore manifatturiero, pesa di più la dinamica della produttività nei settori dei servizi, gran parte dei quali non sono direttamente scambiati sui mercati internazionali.

    Il problema, quindi, non è difenderci da concorrenti aggressivi, ma concentrarci su quanto noi possiamo fare per aumentare la produttività. E questo è molto più facile quando i mercati si allargano e le economie dei nostri vicini corrono. È, infatti, più facile spostarsi velocemente verso settori, o nicchie di settori, con una maggiore dinamica della produttività quando ampi e crescenti mercati internazionali di sbocco lo consentono. Al tempo stesso, il progresso degli altri consentirà di comprare a prezzi più bassi molti dei prodotti che noi producevamo a costi più elevati.

    In base all'ultimo rapporto Ocse, è evidente che l'Italia cresce poco, in particolare dal punto di vista della produttività. Le statistiche però raccontano una storia peggiore della realtà, non riuscendo a cogliere quel dinamismo delle imprese italiane che aumentano le esportazioni in valore perché aumentano la qualità dei prodotti. In ogni caso, il problema della stagnazione della produttività in Italia esiste, soprattutto nei settori dei servizi, per i quali il compito della politica dovrebbe essere quello di aprire i mercati e permettere la concorrenza. Si tratta di una scelta di politica nazionale ma soprattutto a livello europeo. Dovremmo porci la seguente domanda: la Ue è da criticare per avere aperto troppo velocemente le frontiere dell'Europa alle merci asiatiche oppure per non essere stata capace di completare l'integrazione dei mercati europei dei servizi e delle professioni? Una prima risposta è che l'Europa è da criticare per il mancato completamento della liberalizzazione, per cui esiste un mercato comune solo per la parte più piccola della produzione europea, mentre la scarsa crescita della produttività nei servizi non sottoposti a concorrenza riduce l'aumento del benessere di tutti.

    Ma vi è anche un secondo motivo. Se si liberalizza parzialmente e si mantengono posizioni protette, si opera una redistribuzione di reddito. E non c'è dubbio che il problema che stiamo vivendo in Italia è non solo quello di una scarsa o nulla crescita, ma quello di un peggioramento della distribuzione del reddito che determina, questo sì, l'impoverimento di una parte della popolazione. Il risultato è quello di avere torte più piccole e distribuite in modo più diseguale.

    Il problema è analogo anche nel caso di inflazione importata, che è la situazione che stiamo vivendo. Se aumentano i prezzi internazionali delle materie prime, in particolare energetiche e agricole, non ci possiamo difendere con il protezionismo. Se si pongono ostacoli agli scambi internazionali e alle liberalizzazioni, subiremo gli aumenti inevitabili dei prezzi di alcuni beni ma non le possibili diminuzioni di altri prezzi e, soprattutto, la distribuzione dell'onere della maggiore inflazione sarà ancora più diseguale.

    Ma se le cose stanno così, l'apertura al libero scambio implica non solo un'attenta governance della reciprocità, il che significa il rispetto delle regole da parte di tutti gli attori, ma soprattutto adottare all'interno del mercato europeo e dei mercati nazionali regole che consentano di beneficiare dei vantaggi del libero scambio, da una parte, e di attenuare i problemi con politiche del lavoro e di sicurezza sociale che ne redistribuiscano i benefici all'interno dei singoli Paesi.

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