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Quello che un bilancio può raccontare è molto più delle cifre

Un bilancio d’impresa è un atto poetico. Certo, un elenco di dati su fatturati, costi, investimenti, oneri finanziari e fiscali, profitti o perdite e così via calcolando. Ma anche molto di più

di Antonio Calabrò

(Adobe Stock)

3' di lettura

Un bilancio d’impresa è un atto poetico. Certo, un elenco di dati su fatturati, costi, investimenti, oneri finanziari e fiscali, profitti o perdite e così via calcolando. Ma anche molto di più. È il rendiconto matematico dei risultati d’una iniziativa, un impegno, un lavoro. E l’indicazione, per il futuro, d’un nuovo e più ambizioso progetto, d’una sfida e, perché no? d’un sogno. Un bilancio rivela, tra le righe e le colonne dei numeri, un coacervo di emozioni, la felicità d’un risultato, la trepidazione per una nuova avventura. E tiene insieme il rigore d’un giudizio storico e la bellezza d’una scelta per il tempo che verrà. Mostra, se guardato in controluce, con umana sensibilità, che l’economia è tutt’altro che una scienza triste (come affermavano alcuni teorici ottocenteschi, sperando forse, in cuor loro, d’essere smentiti) e che l’impresa è molto di più e di meglio d’una macchina per fare soldi:
una struttura vivente, semmai, e una comunità di persone legate da passioni, conoscenze e scelte condivise. Come conferma una parola tipica della cultura d’impresa: competitività. Che, stando all’etimologia, affonda le radici nel cum e nel petere: muoversi insieme verso un orizzonte comune.

Se si gioca con la natura poetica del bilancio, vengono in mente altre associazioni mentali, che hanno a che fare con la bellezza. L’esattezza dei numeri rimanda all’armonia matematica delle suite e delle fughe di Bach, l’estetica musicale che si muove verso l’etica dell’assoluto (al “ricercare” di Bach, appunto, è ispirato
Il Canto della fabbrica
composto da Francesco Fiore per il violino di Salvatore Accardo e l’Orchestra da camera italiana, traducendo in suono i ritmi del Polo industriale Pirelli di Settimo Torinese progettato da Renzo Piano).

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La forma delle parole, scarne e puntuali del bilancio è parente dell’essenzialità delle parole in poesia, lavorate con precisione di lima e bulino: come, per esempio, «M’illumino d’immenso» (Ungaretti), «Meriggiare pallido e assorto» (Montale), «Ti offro le amarezze di un uomo/ che ha guardato a lungo la triste luna» (Borges), «Sei la camera buia/ cui si ripensa sempre/ come al cortile antico/ dove s’apriva l’alba» (Pavese), «Il bulbo della speranza in attesa di fiorire alla prima primavera» (Luzi) e così via verso l’infinito: «Allora andiamo, tu e io/ quando la sera si stende
contro il cielo» (Eliot).

Bilancio e poesia, dunque. Bilancio, soprattutto, come racconto. Con la forza e la bellezza del raccontare. Bilancio che tiene insieme, nello stesso documento, la contabilità tecnica e i risultati delle scelte di sostenibilità ambientale e sociale (una vera e propria “morale del tornio”), la storia e il futuro, i numeri e la descrizione delle attività, a cominciare da quelle culturali, sportive, di comunità e di welfare aziendale, che hanno impatti sugli intangible asset e che comunque, a cominciare dal valore del marchio e dall’orgoglio di appartenenza (con effetti positivi su attrattività e produttività), contribuiscono al buon risultato economico delle imprese. Dati fondamentali, per l’impresa stessa e, più in generale, per il sistema Italia. Su cui rafforzare e qualificare anche la rendicontazione, secondo paramenti internazionali come gli Esg (Enviromental, social, and governance).

Una conferma della strategia sui valori culturali sta, per esempio, nell’iniziativa della comunicazione Pirelli, fin dal 2010, di arricchire il bilancio con scritti di grandi autori, William Least Heat-Moon e Hans Magnus Enzensberger, Javier Cercas e Hanif Kureishi e ancora Javier Marías, Mohsin Hamid, Tom McCarthy, Emmanuel Carrère, Ted Chiang, J.R. Moehringer, Luciano Floridi, Vito Mancuso e una serie di artisti figurativi. Dati e parole, numeri e immagini. Produrre e rappresentare. Perché impresa è cultura.

Questi temi hanno avuto eco, nei giorni scorsi, durante la presentazione, al Maxxi di Roma, del Rapporto annuale “Io sono cultura”, promosso da Symbola e Unioncamere, sul valore economico del sistema produttivo culturale e creativo (90 miliardi, con capacità di attivazione di 252 miliardi). Un valore che rafforza la competitività internazionale di tutto il sistema delle industrie, meccatroniche e chimiche, aeronautiche e dei settori tradizionali del made in Italy (arredo, abbigliamento e agroindustria). La cultura politecnica (saperi umanistici e conoscenze scientifiche), il gusto per la bellezza legata al design, alla qualità e alla sostenibilità, le scelte da “umanesimo industriale” con attenzione agli stakeholders value sono connotazioni forti dell’impresa italiana. Su cui insistere per costruire sviluppo.

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