Cinema cult

Quello che non sapete e non avete mai osato chiedere di “Alien”

Finalmente in Italia il libro dedicato al making of del film che ha portato l’horror oltre l’atmosfera

di Emilio Cozzi

Clooney scienziato nello spazio, alla regia di "The Midnight Sky"

Finalmente in Italia il libro dedicato al making of del film che ha portato l’horror oltre l’atmosfera


6' di lettura

Los Angeles. Sono le 3 del mattino di una notte qualsiasi del 1976 quando Ronald Shusett, aspirante produttore cinematografico e nel mentre tassista, sveglia l'ospite che da qualche tempo gli dorme sul divano di casa: Dan O'Bannon.
Come Shusett, O'Bannon vuole sfondare nel cinema. Si è legato a all'amico perché crede che insieme possano fare grandi cose e perché hanno una passione in comune: la fantascienza. Non è un caso che Shusett abbia da poco acquistato i diritti di un libro che riuscirà a trasformare in film solo molti anni dopo, nel 1990: è “Atto di forza”, una delle tante profezie di Philip Dick, il papà di “Blade Runner”. E non è un caso che proprio a quel genere, la fantascienza, O'Bannon abbia per ora legata la sua unica esperienza cinematografica compiuta, un film del 1974 nato come tesi di dottorato e poi diventato un lungometraggio distribuito in sala: la tesi, cioè il film, si intitola “Dark Star” ed è diretto da un allora compagno di O'Bannon alla University of South California. Al suo debutto registico, si chiama John Carpenter.

«Doveva essere il miglior film studentesco della storia e diventò il peggior film professionale mai fatto», commenterà anni dopo O'Bannon, che per “Dark Star” aveva recitato, curato gli effetti speciali e firmato soggetto e sceneggiatura insieme con Carpenter.

Loading...

Il film è una parodia di “2001: Odissea nello spazio” e racconta di un'astronave, la Dark Star, e del suo equipaggio, in viaggio fra elucubrazioni filosofiche e droghe non troppo leggere. Fra le tante, anche l'idea dell'alieno a bordo, in realtà un pallone da spiaggia, era di O'Bannon. E lo ossessionava dal 1971, perché avrebbe voluto, lungi dalla commedia, trasformarla in un horror ambientato nella vuota oscurità siderale. Quando aveva conosciuto Shusett gliene aveva parlato: aveva già scritto 29 pagine che raccontavano di un equipaggio svegliato nel bel mezzo di un viaggio interplanetario a causa di un messaggio in una lingua sconosciuta, captato dal computer di bordo. Da allora non era più riuscito ad aggiungere altro, cosa che chiese di fare a Shusett. Poco dopo la proposta, però, nel ‘75, O'Bannon aveva ricevuto la telefonata di un regista cileno, Alejandro Jodorosky, ex collaboratore di Marcel Marceau e autore di due pellicole di culto: “El Topo” e “La montagna sacra”. Avendo visto “Dark Star”, Jodorowsky voleva che O'Bannon lo raggiungesse a Parigi per curare gli effetti speciali del suo prossimo film – «Che avrebbe dovuto cambiarmi la vita», parole di O'Bannon: l'adattamento del più famoso romanzo di Frank Herbert, l'epopea fantascientifica “Dune”.

Il film aveva ambizioni più grandi del budget a disposizione e avrebbe dovuto vedere, almeno nelle intenzioni del cineasta cileno, Orson Welles recitare con Salvador Dalì, pagato 100mila dollari l'ora, la colonna sonora dei Pink Floyd e un reparto artistico con contributi di Moebius, Chris Foss e di un artista svizzero ai tempi semi-sconosciuto, tale Hans Ruedi Giger, profeta di visioni biomeccaniche conturbanti, un miscuglio di tecnologia, erotismo e incubo.

nella foto Sigournay Weaver

Quando sei mesi dopo O'Bannon torna in California e trova ospitalità dal vecchio amico Shussett, ha le lacrime agli occhi ed è molto vicino a un esaurimento nervoso. È chiaro che il “Dune” di Jodorowsky rimarrà incompiuto e che lui non ha più il becco di un quattrino. Al momento non gli rimangono che il divano sul quale dorme e quell'idea del mostro sull'astronave, condivisa con chi lo sta ospitando: Shusett. Proprio lo stesso che in quel momento, alle 3 del mattino di una notte del '76, lo sveglia di soprassalto: «Dan, ho un'idea per portare avanti la tua storia, so come il mostro arriva sull'astronave: si scopa uno dell'equipaggio». Pausa. «Sì, gli salta sulla faccia, gli infila un tubo, lo insemina e poi gli esce dallo stomaco». Nessuna pausa. O'Bannon e Shussett fanno l'alba scrivendo quella che passerà alla storia come “la scena del chestburster”. Tre settimane dopo hanno l'85% della sceneggiatura. Ne hanno anche cambiato il titolo: dopo gli iniziali “Memory” e “Star Beast”, adesso il film si chiama come tutto il mondo imparerà a conoscerlo: “Alien”.

Prodotto da Alan Ladd jr., “Alien” arriverà in sala il 25 maggio del 1979, una data eletta a porta fortuna dal boss della 20th Century Fox, perché anniversario dell'uscita di “Guerre stellari”. Proprio come il film di George Lucas, anche quello che dopo mille rifiuti sarà diretto da Ridley Scott cambierà per sempre la storia del cinema. E non solo. Gli aneddoti come questo, prelibatezze per gli amanti della Settima arte e del suo farsi, abbondano in “Dietro le quinte di Alien”, 336 pagine scritte nel 2019 da Jonathan Rinzler (autore di famosi making of dedicati a “Guerre stellari” e a Stanley Kubrick), ma pubblicate in Italia solo qualche giorno fa dai tipi di saldaPress (prezzo: 69 euro).

Non è solo questione di scoprire perle poco note ai più, le quali comunque strabordano in ogni pagina, anche grazie ai disegni preparatori, agli schizzi scenografici e alle foto di scena: il libro di Rinzler ricostruisce un'epoca, quella in cui Hollywood è stata salvata dalla crisi, economica e creativa, da un manipolo di autori disposto a tutto pur di raccontare, a modo proprio e senza compromessi, storie mai raccontate prima. Giovani talenti usciti dalle accademie di cinema e trasformati in maestri osannati a mezzo secolo di distanza: Lucas, Steven Spielberg, Brian De Palma, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e, appunto, Ridley Scott, fino ad allora noto solo per spot pubblicitari e per un lungometraggio di debutto pagato di tasca propria, “I duellanti”.

L'attualità del “Dietro le quinte di Alien” supera anche la documentazione storica e racconta la magnifica ma non facile convergenza di visioni artistiche diverse, coraggio e opportunità economiche colte come fosse destino succedesse: dal coinvolgimento fortunoso dei produttori David Giler, Gordon Carroll e Walter Hill (poi regista de “I guerrieri della notte”) al loro tentativo di appropriarsi della sceneggiatura una volta opzionata dagli Studios. Dalla determinazione di Scott nel fare un film che stravolgesse la fantascienza rendendola vissuta, sporca, realistica – il concetto dei “camionisti dello spazio” sostituiti ad astronauti asettici o a cavalieri fantasy senza macchia né paura – fino al lancio nello star system di Susan Alexandra Weaver, detta Sigourney, compagna nei corsi di recitazione di Meryl Streep (che avrebbe dovuto interpretare la protagonista, Ellen Ripley, al suo posto), nonché figlia dell'ex presidente della Nbc.

Una “raccomandata”, secondo la collega Veronica Cartwright, che a causa sua non ottenne il ruolo di Ripley e interpretò la comprimaria Lambert. In realtà, un talento cristallino e una scommessa personale di Scott, che decise di farne la sua eroina anche contro il parere di Ladd jr. e alla fine ebbe ragione, come quando impose agli Studios di riassumere l'odiato Giger: «il suo lavoro fa ribrezzo, allontanerà gli spettatori», era il parere della Fox circa l'artista svizzero conosciuto a Parigi da O'Bannon a cui si deve la figura del vero protagonista di tanti incubi: l'alieno (il termine “xenomorfo” venne adottato solo nei sequel).

Alien legacy

Come testimoniato da Rinzler, le riprese di “Alien” durarono 14 settimane e furono difficili, difficilissime. Per di più, a fine lavori, Scott non era soddisfatto del risultato. Sentiva la mancanza di qualcosa. In quella prima versione, infatti, l'alieno periva con l'astronave Nostromo mentre Ripley scappava sulla scialuppa di salvataggio, la navetta Narcissus. Per il regista era un finale troppo debole per un film che avrebbe voluto portare fra le stelle le emozioni di “Non aprite quella porta”, il terrificante capolavoro di Tobe Hooper. Il temibile alieno non poteva essere liquidato così. Sebbene la Fox premesse per avere il film, Scott chiese un budget extra e quattro giorni di riprese aggiuntivi. Come sempre l'ebbe vinta: scrisse e diresse un quarto atto, che diventò un cliché da allora. Da quando, come imposto da Alan Ladd jr., il 25 maggio 1979 “Alien” invase le sale cinematografiche di tutto il mondo.

Da quel giorno Shusset smise di fare il tassista e divenne un produttore vero. A O'Bannon, finalmente, cambiò la vita, come a Scott e a metà del suo cast. Soprattutto, però, da allora, più di quarant'anni fa, nello spazio nessuno può sentirci urlare.


Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti