Questioni di principio (e non)

Quello che la politica non capisce dei diritti umani

di Marina Castellaneta e Oreste Pollicino

(Adobe Stock)

3' di lettura

Nonostante sia teoricamente in discussione un progetto di legge in parlamento, l’Italia rimane ferma e non fa passi avanti verso la creazione di una Commissione nazionale indipendente per i diritti umani. Con effetti negativi non solo per il ruolo del Paese nello scenario internazionale ed europeo, ma anche per la realizzazione effettiva degli obiettivi dello sviluppo sostenibile e di un business rivolto al rispetto dei diritti umani.

All’indomani della risoluzione 76/170 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite con la quale l’Onu ha sottolineato l’importanza della rete delle istituzioni nazionali indipendenti e del monito della Commissione europea che, nel rapporto 2021 sull’attuazione della rule of law in Italia, ha osservato che «non si è registrato alcun passo avanti quanto alla creazione di un’istituzione indipendente per i diritti umani», è indispensabile un’accelerazione affinché l’Italia adotti questa commissione. La stessa Agenzia europea per i diritti fondamentali, nel rapporto annuale dello scorso anno, ha evidenziato come la mancanza di una commissione nazionale indipendente non consenta quel dialogo costruttivo tra istituzioni nazionali ed europee alla base della tutela dei diritti fondamentali. Specialmente con riguardo al campo di azione della Commissione per i diritti umani, che dovrebbe promuovere una cultura in grado di anticipare e quindi prevenire conflitti che sfocino nella tutela giurisdizionale.

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Vi è anche un’ulteriore ragione, più di carattere sistemico, che concorre a fare emergere l’esigenza di un’accelerazione parlamentare immediata.

Sembra essere finito il tempo di una linea di demarcazione netta tra diritti umani ed economia: proprio l’adozione del Next Generation Eu e della condizionalità sulla rule of law fissata nel regolamento Ue 2020/2092 sulla protezione del bilancio dell’Unione, porta alla necessità di allinearsi con quanto accade in altri Paesi Ue, che già hanno quest’istituzione indipendente. E questo a maggior ragione per attuare effettivamente gli obiettivi di sviluppo sostenibile e per realizzare l’obiettivo 16, target 16.1.1, nel quale è richiesta l’adozione di istituzioni nazionali indipendenti sui diritti umani, anche e soprattutto per il buon funzionamento della giustizia. Inoltre, il progetto di Protocollo addizionale al futuro trattato Business and human rights richiede l’adozione di questa istituzione secondo i Principi di Parigi, così come fanno i Principi guida Onu su business and human rights del 2011.

Sin dalla Dichiarazione di Parigi del 4 marzo 1994 (risoluzione 48/134), le Nazioni Unite hanno adottato i principi relativi a queste istituzioni nazionali sulla tutela dei diritti umani per spingere gli Stati a prevedere una Commissione indipendente chiamata a vigilare sui diritti umani e a intervenire per evitare il contenzioso a livello internazionale. È stata poi istituita la Global alliance of national human rights institutions, della quale fanno parte 118 Stati, che oggi siede in tavoli importanti, insieme ai network regionali, così come lo European network of national human rights institutions in cui l’Italia continua a essere assente. E questo malgrado, proprio questa rete, abbia attivato un monitoraggio su pandemia e diritti umani al quale partecipano gli Stati – tra gli altri Francia, Germania, Spagna, Grecia – che fanno parte del network.

I ritardi italiani non si spiegano tanto più che nel Secondo piano d’azione nazionale su impresa e diritti umani 2021-2026, il Comitato interministeriale per i diritti umani del ministero degli Esteri ha segnalato che, tra le principali sfide, vi è la creazione proprio dell’istituzione nazionale indipendente sui diritti umani. Con una precisa prospettiva: sensibilizzare sempre di più le aziende verso l’inclusione dei diritti umani, dei diritti dei lavoratori, della lotta alla corruzione e della tutela dell’ambiente. Imprese che, d’altra parte, in numero sempre maggiore aderiscono e partecipano attivamente ai programmi internazionali sulla responsabilità sociale.

Alla luce di quanto si diceva in precedenza, oggi questa esigenza è ancora più fortemente sentita perché la condizionabilità dell’accesso ai fondi previsti dal Pnrr al rispetto della rule of law e dei diritti fondamentali, inclusi quelli del Pilastro europeo dei diritti sociali, richiederebbe mai come adesso la presenza di una commissione nazionale competente per materia che possa concorrere a operare tali valutazioni, ovviamente in cooperazione con le altre sedi istituzionali competenti.

Se venisse percepito dalla classe politica che l’attività di promozione e di tutela dei diritti diventa sempre più parte integrante di valutazioni di carattere economico, forse l’accelerazione tanto richiesta potrebbe compiersi alla luce di considerazioni, diciamo, più pragmatiche e meno di principio. Andrebbe benissimo lo stesso. L’importante è fare un passo avanti nella direzione auspicata di istituzione, quanto prima, di una commissione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani

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