Falchi & Colombe

Quello che sappiamo di non sapere sul boom di liquidità

di Donato Masciandaro

(Adobe Stock)

3' di lettura

Arrivata la ripresa economica è subito partito il dibattito: cosa accadrà alla politica monetaria? La risposta, se la Banca centrale europea continuerà a essere prudente, è immediata: nulla, per il momento. Le ragioni sono almeno due: quello che sappiamo e quello che sappiamo di non sapere, sul rapporto tra moneta, crescita economica e inflazione. Soprattutto dopo una pandemia.

Quest’ultima rappresenta uno shock strutturale, che ci aiuta proprio a distinguere quello che sappiamo da quello che sappiamo di non sapere. Partiamo dal primo quesito: qual è stato l’effetto macroeconomico della straordinaria espansione monetaria che le maggiori banche centrali hanno messo in campo in questi anni? La risposta non può che essere prudente, perché qualunque risultato oggi non può che essere preliminare, per almeno tre ragioni.

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1 Dal 2008 a oggi il disegno della politica monetaria è diventato molto più complesso. Prima della Grande recessione si poteva identificare solo uno strumento della politica monetaria: la variazione dei tassi di interesse nominali. Oggi la cassetta degli attrezzi si è arricchita di altre due leve: l’intervento sistematico e diversificato sui mercati finanziari, gli annunzi vincolanti.

2 L’andamento delle maggiori variabili macroeconomiche non dipende solo dalle scelte di politica monetaria. Anzi: è soprattutto nelle fasi congiunturali straordinarie, come quella che stiamo vivendo, che le altre politiche economiche – a partire da quella della spesa pubblica – devono mostrare la loro qualità.

3 È strutturalmente difficile calcolare sia il ritardo che la persistenza degli effetti che l’azione monetaria provoca sull’economia.

Tutto ciò premesso, proviamo a riassumere cosa sappiamo finora. Un’analisi di 48 studi empirici pubblicati fino al 2019 (Paola di Casola, Banca centrale svedese, Suerf Policy Note n.243), che riguarda la Banca centrale europea, la Federal Reserve e la Bank of England, analizza l’effetto macroeconomico di un aumento della massa monetaria primaria – cioè quella prodotta direttamente dalle banche centrali – pari a cento punti base di prodotto interno lordo. In linea teorica, tale aumento può influenzare le grandi economie avanzate soprattutto attraverso due canali: riduce il premio al rischio e il premio alla liquidità che di solito si paga sui tassi di interesse sulle attività finanziarie a più lungo termine.

In termini pratici, tale aumento della massa monetaria ha provocato in media un aumento del prodotto interno lordo pari a 36 punti base negli Stati Uniti, 22 punti base nell’Area euro e 12 punti base nel Regno Unito. L’effetto stimato sull’inflazione è stato di 21 punti base negli Stati Uniti, di 11 punti base nell’Area euro e di 4 punti base nel Regno Unito. Allo stesso tempo, però, la dispersione dei risultati è molto alta, ed è tanto più alta quanto più gli effetti stimati sono alti, cioè nel caso degli Stati Uniti. Dunque l’ultra-espansione monetaria appare aver avuto effetti positivi sull’economia; è un risultato che piace molto alle colombe.

Ma la domanda dei falchi è: quali sono i rischi nascosti di tale politica, in termini di bolle dei prezzi, siano essi quelli dei beni e dei servizi, delle attività finanziarie, o delle case?

Qui l’unica risposta è che in generale la relazione tra massa monetaria e prezzi esiste, ma la sua dinamica in termini di tempi e modi è difficilmente prevedibile, soprattutto nelle fasi congiunturali straordinarie, come l’attuale; ad esempio, citando Milton Friedman, un premio Nobel per l’Economia difficilmente incasellabile nella categoria delle colombe, la relazione tra moneta e prezzi al consumo può palesarsi dopo «lunghi e variabili ritardi». Nondimeno, è una relazione, quindi un rischio, che esiste. Sarà importante che le banche centrali, Bce inclusa, non lo dimentichino mai.

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