Cinema

“Querido Fidel”, film di ideali e di riflessioni ideologiche

Il lungometraggio è dell'esordiente napoletana Vivian Calò

di Cristiana Allievi

2' di lettura

Ogni mese Emidio (Gianfelice Imparato), attempato comunista napoletano, scrive al “comandante” Fidel Castro dal tinello di casa, a Napoli, e stranamente questi gli risponde, direttamente dall'Avana. Anche quando, nel 1991, l'Unione sovietica sta per sparire, mettendo a rischio anche il comunismo sull'isola caraibica. Emidio- Gianfelice Imparato (“Qui rido io”, “I bastardi di Pizzofalcone”), rivoluzionario che vediamo, abito e stivali militari, sigaro d'ordinanza, attraversare vicoli e lungomare della sua città, Napoli, inseguendo improbabili attentati all'imperialismo. Ha un figlio di nome Ernesto (come il Che), che a dispetto della fede del padre insegue un sogno e un tenore di vita a stelle e strisce.

“Querido Fidel”

Questa la trama di “Querido Fidel”, un film di ideali e di riflessioni ideologiche, una commedia agrodolce ma soprattutto un gioiellino destinato a diventare un cult. Anch'esso, come “È stata la mano di Dio” di Sorrentino, Fidel Castro e Maradona hanno in comune un numero. Il 25 novembre, giorno in cui cinque anni fa moriva il comandante e nello stesso giorno, un anno fa, ci ha lasciati Maradona, uno dei suoi più grandi fans. Sono entrambe personaggi di Querido Fidel, film con cui l'esordiente napoletana Vivian Calò ha già vinto due premi importanti al Bari Film Festival (Miglior attore protagonista e Miglior regia). «È importante far sapere che il film non l'ho fatto da sola. Il montaggio è di Niccolò Andenna ed è una parte importante, racconta Calò dalla sua casa a Tenerife, dove si è trasferita con la famiglia sette anni fa per lavorare con una casa di produzione spagnola. Nata a Napoli, ci ha vissuto fino all'Università, poi si sposta a Roma, per amore. Lì che incontra il compagno di una vita, lo stesso Niccolò Andenna, e insieme lavorano al primo di lungometraggio di lui, nel 2008. «Ho vissuto molti anni a Napoli, e vengo da una famiglia di artisti», racconta. Spiegando la genesi del suo film. «Mia madre è attrice, aveva amici con cui a casa nostra si facevano molti dibattitti, era una situazione un po' bohemienne. Per molti anni ha frequentato casa nostra il fotografo francese Nicolas Pascarel. Nel 1994 era appena tornato dal Cuba, aveva un servizio staordinario sull'isola nel periodo especial. Lì ho iniziato ad avere un'idea visiva di quello di cui si parlava, aveva innestato qualcosa in me. Quando nel 2008 stavo frequentando un Master in scrittura cinematografica, ho sentito alla radio la notizia che Fidel, ormai solo e malato, aveva abdicato a favore del fratello Raul. Mi sono chiesta come si sentiva una persona che ha vissuto tutta la vita con un mito così grande e ingombrante. Lì è partita la costruzione di questa storia di finzione, con un'ambientazione storica precisa, negli anni Novanta e con un salto alla generazione della figlia, del protagonista, che è la mia, quella dei quarantenni di oggi».

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Bella anche la musica, il cui tema principale è firmato da Valerio Virzo. «I pezzi più iconici di musica cubana restituiscono un sapore speciale, e Napoli si prestava moltissimo come ambientazione», continua Calò. «Non sono mai stata a Cuba, magari un giorno ci andrò. Il mio è un film su un sogno, e Napoli è molto latino americana, si prestava».


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