climate change

Questi ghiacci sono di tutti

Da una parte la minaccia del riscaldamento globale, dall'altra gli interessi commerciali e politici sopra quattro milioni di chilometri quadrati ricchissimi di risorse. La salvaguardia e lo sfruttamento sostenibile dell'Estremo Nord sono i due poli di un'emergenza che coinvolge aziende, nazioni e le popolazioni indigene in prima linea

di Sara Moraca

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Budakirkja, l'iconica chiesa nera di Búdir, sulla penisola di Snaefellsnes, nella parte occidentale del Paese. Costruita nel 1703, si trova in mezzo ai campi di lava del Búdahraun (Foto di Marta Ravasio)

Da una parte la minaccia del riscaldamento globale, dall'altra gli interessi commerciali e politici sopra quattro milioni di chilometri quadrati ricchissimi di risorse. La salvaguardia e lo sfruttamento sostenibile dell'Estremo Nord sono i due poli di un'emergenza che coinvolge aziende, nazioni e le popolazioni indigene in prima linea


5' di lettura

Tutte le persone sulla Terra dipendono, direttamente o indirettamente, dall'oceano e dalla criosfera. L'oceano ricopre infatti il 71 per cento della superficie terrestre e contiene circa il 97 per cento dell'acqua del pianeta. La criosfera si riferisce, invece, alle componenti ghiacciate del sistema Terra: circa il 10 per cento dell'area terrestre è coperta da ghiacciai o calotte glaciali. L'oceano e la criosfera supportano habitat unici e sono interconnessi con altri componenti del sistema climatico attraverso lo scambio globale di acqua, energia e carbonio. Le comunità che vivono in stretto collegamento con gli ambienti costieri, le piccole isole, le aree polari e le catene montuose più alte sono particolarmente sensibili al cambiamento degli oceani e della criosfera, come l'innalzamento del livello del mare o la contrazione esponenziale delle aree ricoperte dai ghiacci.

Allarme scioglimento dei ghiacciai

Oggi, circa quattro milioni di persone vivono nella regione artica in modo permanente, di cui il 10 per cento sono popolazioni indigene. Secondo alcuni dati del 2010, nelle regioni costiere abitano circa 680 milioni di persone, ovvero quasi il 10 per cento della popolazione mondiale, cifra che dovrebbe crescere fino a oltre un miliardo entro il 2050. Le piccole isole sono la casa di 65 milioni di persone, mentre 670 milioni di individui, compresi gli indigeni, vivono in regioni di alta montagna in tutti i continenti, tranne l'Antartide. Nelle regioni di alta montagna, si prevede che la popolazione raggiungerà tra i 740 e gli 840 milioni di persone entro il 2050, che corrisponderà circa all'8,4-8,7 per cento della popolazione globale prevista. Oltre al loro ruolo fondamentale all'interno del sistema climatico, come l'assorbimento e la ridistribuzione dell'anidride carbonica (CO2), i servizi ecosistemici forniti alle persone dall'oceano e dalla criosfera comprendono l'approvvigionamento di cibo e acqua, una fonte di energia rinnovabile, nonché benefici per la salute e il benessere, i valori culturali, il turismo, il commercio e i trasporti. Secondo l'ultimo report IPCC del settembre 2019, si prevede che la perdita di massa dei ghiacciai su scala globale, lo scongelamento del permafrost, il declino della copertura nevosa e l'estensione del ghiaccio nel Mar Glaciale Artico continueranno nel breve termine (2031-2050), e anche la Groenlandia e l'Antartide perderanno massa a un ritmo crescente.

Kirkjufell, la Montagna della Chiesa simbolo dell'intera Islanda, si trova nella penisola di Snaefellsnes. Riconoscibile dalla sua forma che ricorda un cappello da strega sotto la cui sommità sembra esserci un grande occhio, è uno dei luoghi più fotografati del Paese e deve il suo nome all somiglianza tra la sua cima e il campanile di una chiesa, appunto (Foto di Marta Ravasio)

Stando a uno studio pubblicato su Nature un anno fa, il tasso di deflusso delle ultime due decadi è stato del 33 per cento più alto rispetto alla media del Ventesimo secolo e del 50 per cento in più rispetto all'era preindustriale. Questo deriva dal fatto che il riscaldamento sta alterando la struttura dello strato superiore del ghiaccio. Lo scongelamento e il ricongelamento creano un circolo vizioso: la neve brillante viene sostituita da chiazze di ghiaccio più scure che assorbono più calore dai raggi solari, aumentando il riscaldamento. Il ciclo di fusione e congelamento rende anche il ghiaccio al di sotto della superficie meno permeabile, quindi un maggiore flusso di acqua viene deviato verso l'oceano piuttosto che percolare attraverso il ghiaccio. «Anche dal punto di vista scientifico si tratta di una sfida aperta. Abbiamo bisogno di dati e informazioni su come sta cambiando l'Oceano Artico, la cui superficie ghiacciata sta scomparendo sempre più velocemente. Così, l'oceanografia si deve combinare con la scienza climatica, la modellistica, la biologia e la fisica per essere in grado di comprendere appieno il cambiamento in atto», spiega Karin Lochte, oceanografa e membro direttivo di EU-Polarnet, il più grande network al mondo sulla ricerca polare. Ma l'Artide non è solo una sfida scientifica aperta, è uno spazio sempre più conteso a livello internazionale per scopi politici e commerciali, una scacchiera su cui le superpotenze vogliono muovere le proprie pedine per aggiudicarsi quei quattro milioni di chilometri quadrati su cui ancora non è stata stabilità alcuna sovranità.

Vestrahorn, uno dei luoghi più affascinanti dell'isola: questo massiccio si trova nella regione sud-orientale, nel punto in cui la penisola montuosa di Stokksnes si getta nell'oceano. La fotogenia del Vestrahorn non ha eguali, il cielo si riflette nella laguna con una luce in costante mutamento e le sue finissime sabbie nere ne sono la cornice perfetta (Foto di Marta Ravasio)

La Russia ha già espresso i propri interessi relativi al passaggio di Nord-Ovest, che dal Mare del Nord, in Europa, arriva fino allo Stretto di Bering e poi nell'Oceano Pacifico. Considerato a lungo pericoloso, è ora oggetto dell'attenzione della politica internazionale a causa dello scioglimento dei ghiacci: attraversarlo, permetterebbe di risparmiare circa il 40 per cento del tempo impiegato percorrendo rotte alternative. Secondo quanto riportato dal Financial Times, nel 2018 le merci trasportate attraverso il passaggio sono state 18 milioni di tonnellate, un aumento del 70 per cento rispetto al 2017, e l'obiettivo russo è che per il 2024 diventino 80 milioni di tonnellate. Anche gli Stati Uniti e la Cina stanno posizionando le proprie pedine. Mentre gli Usa hanno ordinato la costruzione della prima nave rompighiaccio di grandi dimensioni in quarant'anni e hanno dovuto abbandonare – almeno per il momento – le proprie mire sulla Groenlandia, in alcuni documenti ufficiali cinesi, il passaggio a Nord-Ovest è stato definito la nuova Via della Seta e Pechino sembra avere rapporti sempre più stretti con l'Islanda, con cui ha appena definito nuove rotte aeree che collegano Reykjavik all'Asia. «Il progetto EU-Polarnet ha appena lanciato una call per la definizione di politiche di management che permettano di attuare le strategie definite negli ultimi due anni di lavoro. Una delle più grandi sfide è costituita dalla creazione di un futuro economicamente e ambientalmente sostenibile e dall'integrazione tra le persone che già vivono nei territori artici e quelle che arriveranno in futuro», commenta Vito Vitale, ricercatore CNR e delegato EU-Polarnet. Si tratta quindi di una sfida in cui l'inclusione avrà un ruolo fondamentale, come conferma Lochte: «Da tanto tempo si parla dei diritti delle popolazioni indigene, ma la realtà è che finora sono stati scarsamente coinvolti nel dialogo internazionale sulle politiche relative all'artico».

Una degli scenari mozzafiato che si incontrano percorrendo la Ring Road, la strada circolare numero 1, che abbraccia in un percorso circolare l'intera isola. Qui siamo nei pressi della deviazione per Keldur, nella zona di Hella, un insediamento storico dove tuttora è possibile visitare una fattoria d'epoca medioevale con gli iconici tetti di torba

Dal punto di vista formale, le comunità indigene sono rappresentate da sei associazioni indipendenti che partecipano al Consiglio Artico, la principale organizzazione intergovernativa che promuove la cooperazione tra gli Stati artici, le comunità indigene e la popolazione dell'Artico sui temi dello sviluppo sostenibile e della tutela ambientale nella regione, a cui anche la Cina ha chiesto di poter partecipare come uditore nelle ultime sessioni. «La nostra idea di sviluppo è quella per cui riconosciamo l'artico come un territorio ricco di risorse, che possono essere utilizzate nel rispetto dell'ambiente e delle popolazioni che lo abitano», ha spiegato a IL l'ambasciatore Einar Gunnarsson, presidente degli alti funzionari del Consiglio artico e delegato permanente per l'Islanda presso le Nazioni Unite. Comunità indigene e scienziati hanno già iniziato a collaborare nell'ambito della scienza climatica, per mettere a sistema osservazioni sviluppate nel tempo e modelli di previsione, con l'obiettivo di ridurne l'incertezza. «Il sistema di nozioni indigene è costituito da un corpus di conoscenze complesse e dettagliate acquisite attraverso ripetute osservazioni, esperienze e riflessioni accumulate nel corso di generazioni. Lo scambio tra due mondi apparentemente opposti, tribale e accademico, sta migliorando, e molti nella comunità scientifica iniziano a realizzare sempre più la portata teorica che la conoscenza indigena è in grado di fornire», ha commentato James Ford, professore in Climate Adaptation all'Università di Leeds, che da anni si occupa del tema. «Il dialogo sull'Artico non può essere portato avanti solo dalle aziende o dalle nazioni che puntano alle risorse, ma le popolazioni locali devono poter essere protagoniste di questo cambiamento, per poterne trarre giovamento laddove sia possibile o scegliere altrimenti. Lo sviluppo ideale per l'Artico non sono trivellazioni ed eccessivo sfruttamento, ma l'istituzione di aree marine protette che permettano di preservarne l'equilibrio ecologico», conclude Lochte.

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