Gli specialisti

Questioni di stile per i legali della moda

Avvocati impegnati soprattutto nella tutela della proprietà intellettuale. Competenze ibride tra informatica, tecniche produttive e comunicazione

di Marta Casadei


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Un baule Lv in mostra a Los Angeles

3' di lettura

Il colore di una suola, la forma di un manico o della fibbia di una borsa. Ma anche l’accostamento dei colori, l’uso di un particolare materiale o il concept di una campagna pubblicitaria condivisa sui social. Quando si parla di moda e lusso il marchio è un asset decisivo perché esprime insieme la creatività e il know-how, due elementi che spingono all’acquisto del prodotto in sé. E, soprattutto, è un concetto “esteso”. Lo sanno bene gli avvocati che difendono il lusso e i suoi brand dai contraffattori e dai venditori di falsi in tutto il mondo.

Tra loro c’è Pier Luigi Roncaglia, partner dello studio milanese Spheriens che da anni rappresenta i marchi del lusso italiano (e non solo) nel contenzioso penale e civile: «Nell’80% dei casi si tratta di problematiche di diritto di proprietà intellettuale legate al settore moda. Ci troviamo ad affrontare principalmente problemi di contraffazione, con una grande attenzione a ciò che succede online: dagli articoli palesemente falsi alle imitazioni, fino alla falsificazione dei siti e alla pubblicità, magari sui social media».

Tra le vittorie recenti di Spheriens - che, negli anni, ha difeso moltissimi marchi e prodotti iconici: dalla Falabella bag di Stella McCartney ai celebri Dr Martens - c’è la sentenza 51696/2018 della Cassazione che ha stabilito che la registrazione da parte dei contraffattori di un marchio o di un design che imita un segno altrui anteriore (nel caso specifico: il Toile monogram, il pattern più famoso della maison francese Louis Vuitton), non esonera dalla responsabilità penale. «Quella ai falsi è una lotta sempre in salita, perché i pezzi prodotti sono migliaia. E necessita di una risposta decisa da dare in tempi brevissimi», chiosa Roncaglia.

A sottolineare l’importanza della velocità di reazione è anche l’avvocato Carlo Tremolada, partner dello studio Arata e associati, che ad aprile ha ottenuto l’oscuramento - disposto dal Gip di Bologna - di una serie di siti falsi che vendevano prodotti contraffatti a marchio Piquadro, azienda italiana di borse e accessori travel: «In questo caso specifico la contraffazione si è inserita in un contesto più ampio, quello della concorrenza sleale - spiega l’avvocato - e della frode informatica: il sito in questione, infatti, ingannava i clienti, invitandoli ad acquistare prodotti scontatissimi versando un semplice acconto». È difficile, nei casi in cui la vendita dei falsi corre sul web le indagini non sono semplici, così come non è semplice arrivare a una condanna netta: «Nel caso di Piquadro abbiamo inoltrato una denuncia contro ignoti: risalire al titolare di un sito registrato in un altro Paese non è semplice».

Oneri della globalizzazione, che rende le griffe italiane famose sui mercati stranieri e, insieme, appetibili agli occhi dei falsari: «È chiaro che la repressione della contraffazione non può passare dalla sola attività giudiziaria: le aziende devono aumentare il livello di attenzione». La complessità del settore moda porta gli avvocati che si occupano di proprietà intellettuale a lavorare in team con esperti: «Dall’informatica alle tecniche produttive: sono tante le skills che un avvocato non ha, ma sono decisive per affrontare al meglio queste problematiche», dice Tremolada. E aggiunge: «Lavorando in questa branca del diritto, poi, si sviluppano alcune soft skills che ritengo molto utili. Il fashion law penso sia uno dei settori chiave del diritto del futuro».

Tra i difensori del lusso made in Italy - e tra chi considera il fashion law una sfida interessante e contemporanea - c’è anche Sara Molina,giovane avvocato in forza allo Studio Chiomenti: «Nel mio caso ho fatto di una passione, quella per la moda, un cammino da seguire per crescere professionalmente - racconta -. Mi occupo principalmente di contenzioso in materia di proprietà intellettuale, che considero il fiore all’occhiello del segmento fashion law, e non si limita solo al marchio, ma è esteso alla creatività, alla comunicazione. In questo momento, sebbene non possa fare nomi, sto seguendo due cause che coinvolgono aziende del lusso - gioielleria e design - ed entrambe lamentano la violazione della proprietà intellettuale». Molina ha frequentato un master presso la Fashion law school della Fordham University di New York: la prima scuola di specializzazione dedicata al diritto della moda, fondata nel 2010 da Susan Scafidi. «È una branca del diritto che considero molto dinamica, perché cambia con l’evolversi della tecnologia. Per esempio: dieci anni fa i problemi legati alla vendita di falsi sul web o ai social e agli influencer non esistevano». Secondo Molina le aziende stano diventando sempre più “sensibili” e battagliere su questi temi. E non solo quelle di grandi dimensioni: «Ci sono piccole imprese super preparate, anche se non hanno l’ufficio legale interno oppure hanno solo una persona. Inquesto settore si impara molto sul campo e lavorare con realtà così attente è utile anche per noi».

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