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«Qui, dove ci incontriamo», condividendo spazi, costi e guadagni

di Marianna Agliottone

STEFANIE POPP- Perpetual Overblues (Il mio canto libero), 2016

3' di lettura

È prima di tutto un fatto di approccio, di scambio, condivisione: il modo più diretto per dimostrare che c'è fiducia reciproca e rispetto del lavoro altrui. Norma Mangione, Federica Schiavo con la sua socia Chiara Zoppelli, e Tiziana Di Caro (gallerie nate più o meno nello stesso periodo, tra il 2008 e il 2009), lavorano in tre territori diversi e oggi hanno deciso di generare valori condivisi, aggregandosi in progetto dal titolo «Qui, dove ci incontriamo» nato con lo scopo di scambiarsi gli spazi espositivi, costi e guadagni. «Qui, dove ci incontriamo» comprende tre mostre, in cui ogni galleria ospita ed è ospitata dalle altre due, conducendo a movimenti di opere, persone e idee da una città all'altra. Il progetto ha preso avvio a Torino, da Norma Mangione Gallery , lo scorso 15 gennaio con l'inaugurazione della mostra di Shadi Harouni (Hamedan, Iran, 1985) e Jay Heikes (Princeton, Stati Uniti, 1975). È poi proseguito a Milano, da Federica Schiavo Gallery , il 23 gennaio scorso con l'inaugurazione della doppia personale di Betty Danon (Istanbul, Turchia, 1927) e Ruth Proctor (Inghilterra, 1980). Ed è approdata all'inaugurazione della terza tappa da Tiziana Di Caro , a Napoli, il 26 gennaio con Salvatore Arancio (Catania, Italia, 1974) e Stefanie Popp (Bonn, Germania, 1974). Abbiamo chiesto a Norma Mangione, Tiziana Di Caro, Federica Schiavo e Chiara Zoppelli, di raccontarci la gestione dei costi, della condivisione dei vantaggi, e i prezzi degli artisti che stanno ospitando.

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Con quali cifre si è finanziato il progetto «Qui, dove ci incontriamo», e come avete gestito i costi?
“Abbiamo diviso equamente le spese di realizzazione delle tre mostre, sicure del fatto che ognuna di noi ha un ruolo strategico nel progetto e che il suo valore è pari a quello delle altre. Questo si trasmette quindi nei guadagni sulle vendite, che saranno ripartiti equamente, a prescindere da chi venderà cosa. Abbiamo stanziato per ogni galleria un investimento di circa 3.000 euro con il quale affrontare le spese relative alla produzione e opening. Diciamo quindi che ci siamo regolate su un totale di circa 10.000 euro. Altresì, le singole gallerie hanno messo a disposizione le risorse di cui dispongono, in termini di personale, spazi, magazzini, know-how a prescindere dagli artisti esposti e dal costo opere”.
Come gestirete, invece, il ricavato scaturito dalla vendita delle opere?
“Il concetto è che spese e guadagni vengono condivisi in parti uguali. I prezzo delle opere degli artisti che esponiamo in «Qui, dove ci incontriamo» vanno tutte dai 3.000 ai 50.000 euro. L'idea di condividere le spese ha avuto come conseguenza la scelta di condividere anche i guadagni. Ci sono artisti che costano più di altri. In caso di vendita la galleria di riferimento farà il «sacrificio» di condividere equamente il guadagno con gli altri due soggetti. Questo sacrificio deriva dalla convinzione di tutte che l'impegno profuso è pari per ognuna delle gallerie impegnate in questo progetto”.
E in termini di contatti e relazioni con i collezionisti, per ognuna di voi le altre due gallerie sono dei competitor o dei partner?
Lavoriamo su un territorio non così vasto e ci siamo rese conto che molti dei contatti sono in comune. Queste mostre servono a consolidare i rapporti esistenti e ovviamente a crearne di nuovi, speriamo anche in futuro, ma definirci competitor non è corretto. Riteniamo di dare semplicemente l'opportunità ai nostri artisti di essere conosciuti meglio attraverso il lavoro in galleria e quindi attraverso il dialogo diretto con il pubblico di città diverse, un lavoro che nel tempo di una fiera non sempre siamo in grado di fare.

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