La strada per il Colle

Quirinale, Berlusconi ancora avanti ma in ansia per i numeri. Salvini si smarca

Silvio Berlusconi in queste ore sta riflettendo se andare fino in fondo con la conta in Aula oppure scegliere il piano B: fare il passo indietro e spianare la strada del Quirinale a Draghi

di Barbara Fiammeri ed Emilia Patta

Quirinale, Molinari: “Se non sarà Berlusconi il nome lo farà la Lega”

3' di lettura

Il primo segnale è stato ieri mattina la mancata trasferta a Strasburgo per partecipare alla commemorazione dello scomparso presidente dell’Europarlamento David Sassoli. In quella sede avrebbe dovuto rilanciare l’endorsement del vertice del Ppe in favore della sua candidatura al Quirinale dopo le parole già pronunciate la scorsa settimana dal capogruppo dei popolari Manfred Weber. Il secondo segnale è stata la tensione emersa dalle parti di Arcore dopo le parole di Matteo Salvini. A pochi giorni dal vertice in cui assieme a Giorgia Meloni e agli altri partiti del centrodestra gli aveva assicurato il pieno sostegno, ieri il leader della Lega ha rimesso di fatto tutto in discussione anticipando a breve un nome condiviso che certo non potrebbe essere il suo: «Farò una proposta convincente per tanti se non per tutti».

Così Silvio Berlusconi in queste ore sta riflettendo se andare fino in fondo con la conta in Aula oppure scegliere il piano B, come lo consigliano in molti a partire da Gianni Letta: fare il passo indietro in nome dell’unità nazionale e spianare la strada del Quirinale a Mario Draghi. Spiazzando lo stesso leader della Lega. Ma sono ore confuse, e non a caso gli entourage di entrambi ieri sera hanno tuttavia tentato di minimizzare lo scontro facendo sapere di una «cordiale telefonata» avvenuta nel tardo pomeriggio. E la stessa Forza Italia ha inviato una nota per dire che non c’è nessuna polemica con il leader della Lega, le cui parole «sono in linea con quanto deciso dalla coalizione».

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In ogni caso, se davvero Berlusconi dovesse alla fine ritirarsi e fare il nome di Draghi, la strada del premier verso il Colle si farebbe subito in discesa: a favore, come è noto, ci sono il segretario del Pd Enerico Letta (e pure la leader dell’unico partito all’opposizione, Giorgia Meloni), i centristi di Coraggio Italia e una parte rilevante del M5s a partire dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio e da Beppe Grillo. A sostegno della soluzione Draghi c’è anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi. E del resto lo stesso Salvini una decina di giorni fa non lo aveva escluso, sostenendo che la Lega sarebbe comunque rimasta al Governo.

Ora quella che si sta profilando è una guerra sui tempi. Domani, al massimo giovedì, si terrà il nuovo e decisivo vertice del centrodestra. Anche se in realtà, qualora Berlusconi dovesse sfilarsi dalla corsa per il Quirinale, potrebbe farlo anche all’ultimo momento. Ovvero prima dell’avvio del quarto scrutinio il 27 gennaio. Salvini però ieri ha inviato un aut aut: la scelta va fatta prima che comincino le votazioni e quindi entro domenica.

Chi ha parlato in queste ore con Berlusconi lo descrive come molto combattuto: non è vero che i numeri non ci sono, dicono da Fi, a patto però che gli alleati facciano il loro dovere. Ed è proprio questo il sospetto del vecchio leader, che alla prova decisiva sia il fuoco amico a impallinarlo. Certo per Berlusconi non sarebbe facile accettare di fare il passo indietro in favore di un altro esponente di centrodestra, a cui sta lavorando Salvini. Non sono un mistero i contatti che il segretario della Lega ha avuto con Letizia Moratti, Marcello Pera, Franco Frattini e la presidente del Senato Elisabetta Casellati. Anche su questi nomi, però, una covergenza ampia è tutt’altro che scontata.

L’unico nome che davvero potrebbe essere «condiviso», se non da tutti da una parte significativa tanto del centrodestra che del centrosinistra è quello di Pierferdinando Casini. Ed è questa l’indicazione da dare alle parole pronunciate ieri da Matteo Renzi, che oltre a ribadire il no alla candidatura del Cavaliere ha teso la mano a Enrico Letta lasciando intendere di essere pronto a trovare l’intesa con il suo vecchio partito (parole che non a caso sono state molto apprezzate a Largo del Nazareno): un invito indiretto a Salvini a decidersi di lasciare Berlusconi al suo destino. Sul nome della Casellati, invece, Salvini potrebbe ritrovare il perduto asse con il M5s. Non a caso ieri il presidente dei pentastellati Giuseppe Conte faceva sapere che l’asse con il Pd «è auspicabile, ma non obbligato».

Intanto, nonostante la prudenza dei leader sulle vicende giudiziarie di Berlusconi, crescono nell’opinione pubblica le critiche sulla sua candidatura. Ieri un nutrito gruppo di giuristi, tra cui tre ex presidenti della Consulta (Valerio Onida, Gustavo Zagrebelsky, Gaetano Silvestri), h sottoscritto un appello in cui si definisce «un’offesa alla dignità della Repubblica e di milioni di cittadini italiani il fatto che venga candidato a Presidente della Repubblica».

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