Sale in zucca

Quirinale, Draghi sì o no? L’importante è far ripartire il Paese

Il dibattito sul Colle è interessante, ma quello che serve è un cambio di pagina brusco rispetto all’Italia del pre-Covid. Con le figure giuste

di Giancarlo Mazzuca

Quirinale, Letta: serve larga convergenza delle forze politiche

2' di lettura

Più la scadenza del Quirinale s'avvicina, più il dibattito Draghi-sì Draghi-no sul Colle si fa serrato con tanti «guru» che vogliono dire la loro sul dilemma diventato più che mai amletico. Secondo molti, sembra proprio che non abbiamo a disposizione altri Supermari in grado di pilotare l'Italia negli «iceberg» di un'emergenza che pare non aver mai fine.

In effetti, la situazione richiede soluzioni ben ponderate anche perché, a rifletterci bene, l'Italia, tra i postumi del crollo di Wall Street, la recessione internazionale ed i contraccolpi della pandemia, sta perdendo colpi da troppo anni. E da tanti anni Draghi sta combattendo una battaglia campale nelle sue diverse vesti: prima da governatore della Banca d'Italia, poi da presidente della Bce ed oggi, dopo una breve tregua, da premier.

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Tre lustri di grandissimo impegno che gli fanno onore anche se, non certo per colpa sua, la situazione è continuata a peggiorare tanto che oggi qualcuno lo dipinge come un don Chisciotte del ventunesimo secolo che non smette di combattere la sua battaglia contro i mulini a vento della crisi.

La povertà assoluta è triplicata in Italia

C'è un dato, fornito di recente da Antonio Fazio, il predecessore di Draghi a Palazzo Koch, che dovrebbe farci riflettere seriamente: dal 2005 - in pratica, cioè, da quando Supermario entrò in campo a via Nazionale (al vertice di Bankitalia salì il 16 gennaio 2006) - la povertà assoluta nel Belpaese è triplicata, passando da meno di due milioni di persone a cinque milioni in mezzo. Si tratta di un enorme balzo in avanti: è come se la Campania intera fosse oggi abitata soltanto da nullatenenti.

Continuiamo a pensare in grande, sull'onda del progresso, dell'innovazione tecnologica e del modernismo più sfrenato, e non ci rendiamo invece conto che procediamo come gamberi: indietro, sempre più indietro. Insomma, se la situazione era già difficile prima dell'inizio del 2020, quando abbiamo registrato le prime scosse di quel terremoto che si chiama Covid, successivamente il quadro è diventato emergenziale.

Perché bisogna ripartire da zero

Ecco perché non è molto corretto sostenere oggi che dobbiamo tornare alla situazione ante-pandemia: già prima del grande contagio, in effetti, non eravamo messi bene. Dobbiamo, quindi, voltare completamente pagina e tornare a quello spirito che ci ha consentito di risollevarci dalle macerie dell'ultimo conflitto mondiale fino ad arrivare agli anni Sessanta, gli anni del boom e del miracolo economico.

È, insomma, necessario ricominciare da zero come capitò ai nostri padri e, per ripartire, ci vogliono tanti personaggi come quelli che abbiamo avuto settant'anni fa. Sì, abbiamo davvero bisogno che, al timone, ci siano sempre i nocchieri giusti nei posti giusti evitando così, come diceva Soren Kierkegaard, che la nave finisca in mano al cuoco di bordo. Ecco perché tutto il dibattito in corso sul toto-nomine, tra Quirinale e Palazzo Chigi, ha una sua logica: oggi più che mai.

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