AnalisiL'analisi si basa sulla cronaca e sfrutta l'esperienza e la competenza dell'autore per spiegare i fatti, a volte interpretando e traendo conclusioni. Scopri di piùLa strategia del centrosinistra

Quirinale, Letta punta su Draghi ma restano due incognite: la tenuta del M5s e Casini

Il segretario del Pd ha allargato il consenso per la candidatura del premier all’interno del suo partito, è riuscito a far cadere i veti di Conte e ha recuperato Renzi al campo del centrosinistra. L’incognita dei franchi tiratori e l’insidia dell’ex presidente della Camera

di Emilia Patta

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4' di lettura

Se tra qualche giorno il premier Mario Draghi sarà eletto tredicesimo presidente della Repubblica sarà soprattutto uno il leader di partito che potrà rivendicare il ruolo di reale king maker: Enrico Letta. Da fine novembre, quando il Presidente uscente Sergio Mattarella ha fatto intendere chiaramente di non essere disponibile, il segretario del Pd sta pazientemente tessendo la sua tela nella consapevolezza che il suo partito, anche a causa della scissione di Matteo Renzi con la nascita dei gruppi di Italia Viva, rappresenta non più del 13 per cento del Parlamento.

La tela di Letta per Draghi e l’asse interno con Guerini

«Non possiamo permetterci di ritrovarci senza Draghi né al Colle né a Palazzo Chigi tra qualche mese», è il refrain. Argomentazioni condivise fin dall’inizio nel partito dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, sensibile anche alle pressioni dell’amministrazione Usa che vedono nell’elezione di Draghi al Quirinale la garanzia della tenuta dell’asse atlantico per i prossimi sette anni. E Guerini è anche il punto di riferimento della minoranza interna degli ex renziani, molto numerosi nei gruppi di Camera e Senato. Negli ultimi giorni il segretario è poi riuscito a portare sulla linea pro Draghi al Colle anche la sinistra interna, prima il vicesegretario Giuseppe Provenzano e poi il ministro del Lavoro Andrea Orlando. Lasciando solo Dario Franceschini, una manciata di voti in Parlamento. Certo, tra i deputati e senatori dem sono comunque in molti ad avere ancora resistenze per via del rischio instabilità del governo, ma a Largo del Nazareno sono convinti che il dissenso interno - nel caso in cui la candidatura Draghi dovesse infine emergere alla quarta o alla quinta votazione - rimarrebbe circoscritto alla fisiologica quota di franchi tiratori.

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La linea comune con Leu e la caduta dei veti del M5s

Messo in sicurezza il fronte interno, Letta è poi riuscito a portare sulla linea pro Draghi al Colle non solo il leader di Leu e ministro della Salute Roberto Speranza, che in questo si è distinto dai “padri” Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani, ma anche il M5s di Giuseppe Conte. Il presidente dei 5 Stelle continua ad avere molte riserve e a cercare - almeno apparentemente - alternative (l’ultima carta sembra essere quella di Elena Belloni, direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza). Ma anche tra i suoi è stretto dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio, dal presidente della Camera Roberto Fico e dallo stesso fondatore e Garante Beppe Grillo, tutti favorevoli alla candidatura di Draghi.

Conte e la partita interna sulla tenuta dei gruppi 5 Stelle

Le riserve di Conte sembrano riguardare soprattutto la tenuta dei gruppi, terrorizzati dal rischio di elezioni anticipate nel caso in cui non si dovesse trovare la quadra sul governo e sul prosieguo della legislatura. Il caso di Riccardo Fraccaro, che rischia l’espulsione per aver offerto al leader della Lega Matteo Salvini un gruzzolo di voti in favore della candidatura di Giulio Tremonti, è indicativo («io Draghi non lo voterò mai», ha chiarito lo stesso Fraccaro). Per questo le mosse di Conte di questi giorni vanno lette anche come un messaggio interno: quando e se si arriverà a dover votare per Draghi Presidente, Conte potrà dire alla sue truppe (sono circa 230 i parlamentari ancora iscritti ai gruppi M5s) di aver provato in tutti i modi a chiudere su altri nomi: «Ma ora non resta che Draghi, e se non sarà eletto allora sì che andremo tutti a casa».

Il ritrovato dialogo con Renzi: no a candidati del centrodestra

L’ultimo filo della difficile tela di Letta riguarda Matteo Renzi, nei giorni scorsi recuperato al centrosinistra almeno per quanto riguarda la partita quirinalizia: sì a Draghi purché si metta in sicurezza il governo con un «patto di legislatura» e un premier «istituzionale», no a nomi di area centrodestra che dovessero uscire dal cilindro di Salvini. In attesa che si consumi il confronto interno al centrodestra (Giorgia Meloni è già per Draghi), il resto è tattica parlamentare: scheda bianca alla prima votazione, il possibile nome del fondatore della comunità di Sant’Egidio Andrea Riccardi come candidato autorevole di area centrosinistra se si dovesse arrivare alla conta in Aula.

L’unica vera «insidia» sulla strada di Draghi resta Casini

L’unico vero possibile strappo alla tela pazientemente tessuta da Letta ha un nome e cognome: Pier Ferdinando Casini, la carta coperta di Renzi qualora non ci fosse un largo accordo su Draghi. L’ex presidente della Camera ha militato a lungo nelle file del centrodestra e infine è stato eletto nel 2018 nelle liste del Pd quando segretario era proprio Renzi. Se dovesse essere lui il nome che Salvini farà uscire dal cilindro per tentare un largo accordo, il Pd non potrebbe dire di no. «Casini sicuramente quando ha fatto il presidente della Camera lo ha fatto bene. Viene fuori sui giornali che è una delle personalità a cui si pensa», dice Renzi. Ma sono in molti a pensare che Casini non avrà il via libera né di Salvini né di Silvio Berlusconi. Piuttosto il suo nome potrebbe tornare utile come prossimo premier delle larghe intese per un governo più politico se la tela di Letta su Draghi riuscirà infine a compiersi.

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