La corsa al Colle

Quirinale e governo, gli scenari per risolvere la doppia trattativa

Sembra in salita la strada di Draghi verso il Colle, ma le alternative in campo per ora non sono più semplici. E resta il nodo di un eventuale successore premier

di Emilia Patta

Quirinale, gli ultimi lavori per accogliere i grandi elettori nel Transatlantico

3' di lettura

Più si avvicina il momento del voto dei grandi elettori per scegliere il successore di Sergio Mattarella più le resistenze all’unica candidatura fin qui realmente in campo, quella di Mario Draghi, aumentano. Eppure il piano inclinato che potrebbe nonostante tutto portare il premier al Quirinale non si è raddrizzato neanche ieri sera, dopo la conclusione del vertice del centrodestra.

Difficile trovare l’alternativa al premier

Silvio Berlusconi, come ormai era chiaro da molti giorni, non sarà più un ostacolo. Certo, al premier non ha fatto piacere il muro del centrodestra di governo («Draghi deve restare a Palazzo Chigi»), anche se è stato notato lo smarcamento della leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni («la questione di Draghi al Quirinale non è stata posta e sarebbe semmai un problema che possono avere le forze che partecipano al suo governo»).

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Resta in ogni caso il fatto che al momento non si vede l’alternativa che possa da una parte tenere tutti insieme - ed è la “condizione” posta dallo stesso Draghi, ossia che la maggioranza quirinalizia sia larga almeno quanto quella che sostiene il suo governo - dall’altra mantenere lo “standing” nazionale e internazione dei due presidenti. Draghi e Mattarella, appunto.

Mattarella indisponibile

Il Mattarella bis si è allontanato da qualche settimana per la reiterata dichiarazione di indisponibilità dello stesso Presidente. Ancora ieri, mentre il vertice del centrodestra era in corso, dal Quirinale si faceva sapere che Mattarella seguirà dalla sua Palermo le prime votazioni e inoltre «si occuperà da Palermo del trasloco nella nuova casa di Roma, che è previsto ai primi di febbraio».

Eppure il bis dell’attuale Presidente sarebbe forse l’unica soluzione alternativa che lo stesso Draghi accetterebbe di buon grado.

Le chance di Amato e Gentiloni

Gli altri nomi che potrebbero mantenere lo “standing” sono due. Quelli di Giuliano Amato, in procinto di diventare nei prossimi giorni presidente della Corte Costituzionale e che nel 2013 fu “il” candidato di Berlusconi, e del democratico Paolo Gentiloni qualora il nome del commissario Ue agli Affari economici dovesse essere infine non sgradito al centrodestra o a una sua parte. E non è un caso che, nei suoi colloqui con il leader della Lega Matteo Salvini, l’ipotesi sia stata avanzata come soluzione in caso di stallo dal segretario del Pd Enrico Letta con la controfferta di candidare alla successione a Bruxelles il numero due della Lega Giancarlo Giorgetti.

Lo scoglio del ticket Quirinale-Palazzo Chigi

A complicare la strada di Draghi verso il Colle c’è poi il vero nodo, quello della successione al governo. Chi lo propone - e tra i leader a lavorare di più a questa soluzione c’è senz’altro il democratico Letta ma anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi e quello di Leu Roberto Speranza oltre che, di fatto, la leader di FdI Meloni dall’opposizione - deve proporre anche una sorta di ticket: per il Quirinale e per Palazzo Chigi.

L’ipotesi di un tecnico dell’attuale governo, come Marta Cartabia o Vittorio Colao, è in calo: i partiti vogliono approfittare per dare una marcatura più politica all’eventuale nuovo governo e vedono l’ipotesi di due tecnici, al Colle e a Palazzo Chigi, come una sorta di commissariamento.

Per questo Letta e Renzi, nel loro ultimo incontro, hanno parlato di premier “istituzionale” che non sia uno dei ministri tecnici: e qui l’identikit conduce a figure come l’azzurro Franco Frattini, fresco presidente del Consiglio di Stato, oppure Filippo Patroni Griffi, già sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo Letta e già a sua volta presidente del Consiglio di Stato. Oppure a una figura più politica come quella dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini, che ha militato a lungo nelle file del centrodestra e infine è stato eletto nel 2018 nelle liste del Pd.

L’ipotesi più forte: Casini

Ed è proprio Casini l’insidia più pericolosa sulla strada di Draghi verso il Colle, una volta che si sarà consumato il tentativo del centrodestra di proporre agli altri partiti una rosa di area: se fosse Casini la carta di riserva di Salvini (e di certo lo è di Renzi) potrebbe verificarsi su di lui una convergenza dell’ultima ora di tutti o quasi. Ma il centrodestra dovrebbe scontare la rottura con Fratelli d’Italia, che in caso di mancato accordo su altri nomi di centrodestra ha fatto capire che opterà per Draghi.

Il “rischio” quarta votazione

C’è poi un ultimo scenario, pur sempre possibile: che Salvini insista a forzare alla quarta votazione sul nome della presidente del Senato Casellati. Una sua riuscita, però, decreterebbe la fine delle larghe intese e avvicinerebbe le urne. E un suo insuccesso, più probabile, avvelenerebbe a tal punto il clima da riaprire la strada al Mattarella bis. O allo stesso Draghi, riportando così il gioco dell’oca alla casella di partenza.

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