PENSIONI

Quota 100, risparmi di 1 miliardo dalla riduzione delle finestre

Misura al vaglio dei tecnici del governo, anche se fonti del ministero del Lavoro fanno sapere che al momento non esistono ipotesi di revisione. Sicura la proroga di un anno di opzione donna e Ape sociale. Sul tavolo una mini- rivalutazione da 200 milioni e l’allargamento della platea delle quattordicesime

di D. Colombo e M. Rogari


Quota 100: arriva il restyling del governo giallorosso

3' di lettura

La caccia alle coperture della manovra riporta in primo piano il dossier “Quota 100”. Con il governo che intensifica il pressing sui sindacati per provare a recuperare dai 600 milioni fino al miliardo facendo leva su un allungamento dei termini per la decorrenza delle nuove pensioni con 62 anni di età e 38 di contributi minimi. L’ipotesi è stata ventilata anche nel corso dell’incontro di ieri tra la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo, e le delegazioni di Cgil, Cisl e Uil. Un vertice cui hanno partecipato anche esponenti del ministero dell’Economia, guidati dal sottosegretario Pier Paolo Baretta.

La rimodulazione degli attuali posticipi trimestrali per i dipendenti privati e gli autonomi e di quelli semestrali per i dipendenti pubblici, anche a parità di adesioni, consentirebbe una riduzione di spesa fino al 30% nel 2020, liberando così risorse utili per le compensazioni della manovra ma, anche, per bilanciare le proroghe per un altro anno già annunciate di “Opzione donna” e Ape sociale, due canali di uscita flessibile che costerebbero circa 300 milioni il primo anno e 600 il secondo. Se sul piano tecnico la stretta di “Quota 100” è di facile soluzione, più complicato è farla passare sul piano politico. Il ministero del Lavoro fa sapere che «al momento non esiste alcuna ipotesi di revisione delle finestre». Anche perché i sindacati sono contrari, soprattutto Cisl e Uil. E la Lega non aspetta altro per dire che il governo giallorosso vuole tornare alla legge Fornero. In ogni caso quello immaginato dai tecnici dell’Esecutivo non è uno stop a “Quota 100” ma solo un restyling nel corso di una sperimentazione che, come ha assicurato il ministro Roberto Gualtieri, andrà a esaurimento.

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Ieri di pensioni si è discusso per diverse ore nella sede del ministero di via Veneto. I sindacati hanno ripresentato, aggiornate, alcune delle richieste che vennero formulate in una piattaforma comune consegnata al governo Gentiloni. Un nuovo documento firmato Cgil-Cisl-Uil verrà presentato a breve e potrebbe partire, stando alle anticipazioni raccolte, dal nodo indicizzazioni. I sindacati vorrebbero uscire dallo schema attuale di sette fasce con rivalutazione parziale all’inflazione degli assegni di 5 milioni di pensionati per tornare allo schema su tre fasce previsto dalla legge 388/2000.

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Il costo, secondo simulazioni Uil, sarebbe di 200 milioni l’anno. E la proposta è di far scattare il nuovo schema dal 1° luglio, in contemporanea con il taglio sul cuneo fiscale. Un’ipotesi su cui anche i tecnici del governo hanno avviato una riflessione, tenendo conto che l’indicizzazione attuale, che scade nel 2021, assicura una minore spesa cumulata per 3,6 miliardi. Il principale scoglio da superare resta dunque quello finanziario. E l’eventuale via libera alla rimodulazione delle finestre di “Quota 100” potrebbe facilitare l’inserimento in manovra di una misura sull’indicizzazione.

Nell’incontro di ieri la ministra Catalfo ha dato anche la sua disponibilità ad aprire un confronto sui lavori gravosi e sulla non autosufficienza. Cgil, Cisl e Uil, da parte loro, hanno chiesto di destinare alla previdenza almeno parte delle risorse che dovrebbero essere risparmiate nell’operazione “Quota 100”. Per i sindacati potrebbero rimanere inutilizzati tra le varie misure introdotte con il cosiddetto Decretone circa otto miliardi sui 20 stanziati per il triennio (secondo il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, i risparmi sarebbero pari a circa 4 miliardi entro il 2020).

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Tra le indicazioni sindacali è arrivata quella di ampliare la platea dei pensionati che incassano la 14esima mensilità alzando l’asticella del limite di reddito complessivo da due a tre volte il minimo (ovvero da 1.026 a 1.539 euro al mese). I pensionati che hanno redditi tra 1000 e 1.500 euro al mese sono poco meno di 3,5 milioni ma molti di loro hanno anche altre entrate oltre l’assegno Inps e quindi non dovrebbero essere interessati alla misura. Sono invece circa un milione e mezzo quelli che potrebbero rientrare in questo intervento.

Chiesta infine l’introduzione di uno sconto per il pensionamento alle donne madri o che hanno curato famigliari disabili (un anno in più di contributi figurativi per ogni figlio o un anno in più per ogni cinque anni di beneficio della legge 104). Quanto alle pensioni di garanzia, il governo ha confermato l’impegno a definire uno schema pubblico complementare per rafforzare gli assegni previdenziali di lavoratori con carriere discontinue.

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