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Raab: «Non è un brutto divorzio, nuove opportunità Londra-Ue»

Secondo Peter Raab, l’accordo commerciale a fine anno è un traguardo possibile. E Regno Unito e Unione Europea saranno ancora alleati

di Simone Filippetti

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Dominic Raab (Afp)

Secondo Peter Raab, l’accordo commerciale a fine anno è un traguardo possibile. E Regno Unito e Unione Europea saranno ancora alleati


4' di lettura

Peter Raab era un bambino di soli 6 anni quando arrivò in Inghilterra, nel 1938, profugo dalla Cecoslovacchia: la sua famiglia ebrea fuggiva dalla persecuzioni e dall’avanzata nazista che con l’Anschluss di fatto si era presa il Paese. Oggi, il figlio Dominic Raab è il ministro degli Esteri del Regno Unito, la poltrona più bollente del governo della Brexit, e il suo premier è Boris Johnson l’uomo che dopo 47 anni, l’ultimo giorno di gennaio, alza il ponte levatoio e celebrerà l’uscita del Paese dall’Unione Europa.

Il 45enne avvocato che è stato anche ministro sotto il fallimentare governo di Theresa May incarna in pieno la contraddizione e la dissociazione britannica che vuole uscire dall’odiata Unione Europea, ma allo stesso tempo invoca la “Global Britain” in una versione 2.0 del glorioso impero britannico del 1700. Nel 2016 era tra le file che Tory, però voleva rimanere; sulla via di Damasco si è convertito all’ortodossia dei conservatori pro Brexit. Usa la parola “metamorfosi”: chissà se conosce la storia d’Italia e abbia mai sentito parlare di Francesco Crispi e del trasformismo.

Se negli Usa sono i messicani di seconda generazione i più ferventi sostenitori di Donald Trump e del suo muro, perchè non vogliono che altri arrivino a rubargli il loro status, dentro Whitehall, è il figlio di un immigrato ceco a voler uscire dall’Europa della libera circolazione di persone e merci. Insomma, a chiudere le porte ad altri immigrati. La “metamorfosi” è completa: Raab è più inglese di un britannico di discendenza Lancaster. Ma non c’è nulla di arrogante, politicamente scorretto o anche solo vagamente “razzista”, l’ossessione di tutta l’intellighenzia europea, nelle sue parole.

Il giovane ministro è nei modi e nella fisiognomica quanto di più distante da Boris Johnson, se non fosse che pure lo spettinato primo ministro, dopo le elezioni del 12 dicembre che lo hanno incoronato dominus del Paese e hanno aperto la strada alla Brexit, ha abbandonato ogni eccesso e ogni sparata. Raab offre il calumet della pace, specie all’Italia. La parola che ricorre più spesso, nel giorno della Brexit mentre parla con Il Sole 24 Ore, è “amicizia”: ha un eloquio solido, e allo stesso tempo abile a non esporsi troppo. Sarà uno degli alfieri della nuova Britannia, che crede di poter prosperare isolata facendo accordi con tutto il mondo; ma il timore del suo Governo è che la Ue voglia “punire” la riottosa Gran Bretagna per aver osato disubbidire al mantra di Bruxelles.

Come ministro degli Esteri ha un’agenda fitta di dossier, dalla Russia, che l’Inghilterra percepisce come una minaccia, tra Crimea e Cyber attacchi; alla Siria e alla Libia fino all’Iran dove Johnson ha giocato un ruolo da mediatore, ma il problema più impellente è il calendario: Downing Street ha promesso che chiuderà l’accordo commerciale con la Ue entro la fine di dicembre. Tutti pensano che sia un traguardo impossibile. La Ue ha impiegato 11 anni per ratificare l’accordo commerciale col Canada. Nei corridoi del ministero dicono che il paragone con il Canada non regge. Il Regno Unito è un’economia molto più grande e anche la Ue ha tutto interesse a chiudere gli accordi commerciali entro il termine stabilito.

Ministro, oggi è l’ultimo giorno del Regno Unito dentro la Ue. Chi è lo sconfitto di questa partita?
Nessuno dei due. Il WBA (Withdrawal Agreement Bill, l’accordo per l'uscita) è un documento win-win, che fa guadagnare tutti. Da domani inizia la Fase 2 della Brexit.

Che è appunto quella più difficile…
L’Inghilterra volta pagina, ma possiamo continuare a essere amici e alleati anche dopo la Brexit. Abbiamo l’ambizione di chiudere il deal con la Ue. Capisco l’ansia e un certo risentimento di entrambe le parti, la Ue perde un alleato di peso, e il Regno Unito scommette su un futuro fuori dai grandi blocchi, ma questo non è un brutto divorzio: si aprono nuove opportunità.

La Ue vi ha però già ammonito: un accordo ci sarà solo se vi impegnate a mantenere gli standard di sicurezza e qualitativi europei…
Il Regno Unito dopo la Brexit ruoterà su tre cardini: forti relazioni coi paesi Ue, libero scambio e confini morali. Non vogliamo denaro sporco. Quello che vogliamo è riunire la nazione.

Non le sembra contraddittorio auspicare unità ma intanto di fatto isolarsi e chiudere il Paese verso l’esterno, specie da un figlio di un immigrato?
Lo spirito di solidarietà del nostro Paese verso gli immigrati rimane anche dopo la Brexit. Semplicemente, non credo che la struttura della Ue sia la più adatta a gestire i flussi migratori.

Un No Deal sarebbe un danno per tutti, non crede?
Nessuno vuole dazi, dogane o tariffe. Siamo contrati al protezionismo. Credo che la Ue possa essere ancora più forte.

E la prima dimostrazione di questa nuova Europa unita arriverà già la settimana prossima: il premier Giuseppe Conte sarà a Londra per annunciare il Cop26, la conferenza sul clima che si terrà a Glasgow a fine anno. La Cop26, che sarà congiunta Italia-Uk, sarà una prima occasione per mostrare l’unità post Brexit, è il mantra di Whitehall. Come sia possibile essere più vicini dividendosi è il dubbio che nemmeno il pacato e garbato Raab riesce del tutto a far svanire.

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