mercato dell’arte

Rabottini: «miart mette in movimento Milano»

di Silvia Anna Barrilà


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Ritratto di Alessandro Rabottini, copyright Marco De Scalzi, Courtesy Miart

8' di lettura

Apre oggi a stampa e vip e domani al pubblico la 22ª edizione di miart , la fiera per l'arte moderna e contemporanea di Milano (31 marzo-2 aprile), quest'anno per la prima volta diretta da Alessandro Rabottini, già vicedirettore durante la gestione Vincenzo De Bellis. Una scelta, quindi, improntata alla continuità. Ad ArtEconomy24 Rabottini ha raccontato che cosa ha mantenuto e che cosa ha rinnovato della fiera milanese.

Quali sono le novità dell'edizione 2017?
Ho lavorato con il mio predecessore Vincenzo De Bellis sin dall'inizio del suo mandato e ho condiviso con lui il progetto. Allora abbiamo apportato una radicale trasformazione della fiera, per cui adesso non ho sentito la necessità di un'altra radicale trasformazione. Appunto perché sentivo mia quell'architettura, ma anche perché in questo momento, in cui succede spesso che un curatore vada a dirigere una fiera, si fa secondo me l'errore di pensare che una fiera sia come una mostra, alla quale si deve imprimere un grande spirito soggettivo. Invece la fiera è una struttura che ha una sua identità e riconoscibilità da preservare. Si deve lavorare a capire che cosa va bene o che cosa deve essere migliorato, ma non si può intendere come un'emanazione di sé. Ho definito quest'edizione un'edizione di espansione e approfondimento, nel senso che ho ereditato una struttura che esiste e ho lavorato ad approfondire il suo campo d'azione e ad espanderlo.

Qua li aggiustamenti, allora, sono stati fatti?
Rimane intatta la fisionomia della fiera, che è fatta di arte moderna, contemporanea e design in edizione limitata. La sezione ThenNOW, in cui invitavamo due gallerie a mettere in dialogo un artista giovane e uno storico per creare un ponte, fisico e concettuale, tra le due macro-aree del moderno e contemporaneo, è stata mantenuta nella sua struttura, ma ora si chiama Generations, perché mette insieme due artisti di diverse generazioni che possono essere lontane, ma anche vicine.

Qual è la differenza?

Sono partito dall'idea che ora il concetto di generazione è cambiato: prima il passaggio si definiva nell'arco di almeno 15 anni, ora viviamo delle accelerazioni nel cambiamento del linguaggio per cui anche solo cinque anni di differenza tra due artisti significano una notevole differenza di linguaggi.

La sezione On Demand , invece, è del tutto nuova...
Sì, è una sezione trasversale per quelle opere che vivono della relazione con chi le possiede, come installazioni site specific, opere che si adattano allo spazio, che contengono un elemento performativo o che hanno bisogno di una forma di manutenzione. Molti artisti lavorano in questo senso, per cui ho voluto creare una piattaforma per questo tipo di opere più complesse. Ci saranno addirittura opere che non esistono ancora, progetti che devono ancora essere realizzati.
A completare questo sistema abbiamo creato un premio di 10.000 euro con l'associazione culturale svizzera Snaporazverein , che finanzia progetti di natura installativa, performativa e di teatro sperimentale, che andrà ad un artista di questa sezione come supporto per una produzione futura come una mostra in un'istituzione, un catalogo o la partecipazione a una biennale. In questo modo Miart diventa coproduttrice di qualcosa che esiste al di fuori dei suoi limiti spaziali e temporali.

Come avete lavorato sulle due sezioni principali, quella di moderno e quella di contemporaneo?
L'intenzione è quella di creare sempre più comunicazione tra queste due aree, rispettando le specificità di ciascuna. Molte gallerie di moderno lavorano attraverso gli strumenti del magazzino e dell'archivio e le abbiamo incoraggiate a presentare stand in cui le opere dialogassero tra di loro, a portare mostre personali e monografiche o tematiche, guardando allo storico con la progettualità del presente, grazie anche all'apporto di Alberto Salvadori che cura la sezione Established Masters. Inoltre, già l'anno scorso abbiamo introdotto la sezione Decades (sempre a cura di Salvadori), in cui nove gallerie rappresentano ognuna un decennio del 900, per creare piccole mostre con un'identità precisa e espandere l'offerta cronologica fino all'inizio del secolo. Allo stesso tempo abbiamo inserito gli anni ’80 e ’90 nella zona del moderno, perché nella nostra percezione ci sembrano anni ancora vicini ma, nella realtà dei fatti, oramai sono passati trent'anni, per cui è doveroso applicare un meccanismo interpretativo prospettiva storica.

Altri interventi strutturali?
Ormai da cinque edizioni diamo molta rilevanza ai talk, per il secondo anno consecutivo realizziamo in collaborazione con In Between Art Film , la casa di produzione cinematografica fondata da Beatrice Bulgari per sostenere film d'artista e opere video sperimentali. I direttori e curatori dei musei internazionali – di cui avremo oltre 40 rappresentati come relatori del programma di conversazioni – hanno un'agenda fittissima, ecco perché abbiamo ideato un format di contenuti che li motivasse a visitare miart. Questo è un programma molto ambizioso che ogni anno è incentrato su un tema rilevante: quest'anno sarà il presente e il futuro delle biennali nel mondo. In questo modo una personalità come Kaspar König, curatore di Skulptur Projekte Münster (solo per citarne una tra le tante) sarà a Milano durante miart e le gallerie partecipanti avranno la possibilità di relazionarsi con lui.

Come si rende appetibile una fiera nell'attuale panorama internazionale, congestionato di appuntamenti?
Devi avere la fortuna di lavorare in un contesto che in questo momento è appetibile. Un traino fortissimo di miart in questo momento è il fatto che avviene a Milano, che sta vivendo da qualche anno un momento d'oro dal punto di vista dell'offerta culturale, della vivibilità e del dinamismo della città. Qui ci sono istituzioni che hanno un forte richiamo internazionale come Fondazione Prada , che ha veramente cambiato la fisionomia culturale di Milano, Hangar Bicocca , che ha dimensioni eccezionali che invitano l'artista a confrontarsi con spazi che non si hanno altrove, la Triennale , Palazzo Reale , il PAC , insieme con entità nuove come Frigoriferi Milanesi e Fondazione Carriero , solo per citarne alcune. Inoltre la città è a dimensione d'uomo, ma al contempo è internazionale. Non dimentichiamo che miart si svolge la settimana prima del Salone del mobile , il cui pubblico spesso anticipa l'arrivo e viene a visitare la nostra sezione di design il sabato e domenica. Poi c'è la moda, il life style, una città che si è trasformata negli ultimi anni restando fedele alla propria tradizione. Insomma, tutta una serie di fattori che rendono la città attraente a livello internazionale. L'Expo ha generato una nuova ondata di progetti e idee e la fortuna di miart è stata di dotarsi di una nuova veste in un momento in cui la città di Milano esprimeva una nuova progettualità.

Come lavorate, quindi, con il Comune?
Proprio perché la ricchezza culturale della città è una forte cassa di risonanza per quello che facciamo, lavoriamo a stretto contatto con l' Assessorato alla cultura . Abbiamo un tavolo di lavoro che inizia a luglio e include tutti i soggetti attivi nella promozione dell'arte moderna e contemporanea a Milano per generare l'Art Week, un formato simile alle settimane della moda, del design, del libro. Le fiere si contestualizzano in una geopolitica di movimenti complessa che cambia in continuazione; se gli americani per tre volte hanno letto sul New York Times che Milano è la nuova destinazione, magari colgono l'occasione di miart per venire.

E come ci si differenzia dai competitor all'interno della fiera?
Lì si deve lavorare a stretto contatto con le gallerie per capire il continuo movimento del mercato dell'arte, perché ci sono tendenze che in quel momento ricevono una determinata attenzione, oppure altre che potrebbero averla, e quindi vanno mostrate, e questo si capisce parlando con le gallerie.

Che cosa si può dire, invece, dei collezionisti italiani?
In Italia abbiamo un collezionismo che, nonostante le difficoltà di un'Iva maggiore che in altri paesi, è molto attivo. I collezionisti italiani sono sempre stati molto curiosi rispetto ad altri, non aspettano che un artista diventi famoso per comprarlo, sono sempre stati molto avanti, informati, colti. Viaggiano e hanno un atteggiamento esplorativo che fa comprare loro anche opere difficili e non ovvie. Spesso sono ricercati dalle gallerie internazionali proprio per la preparazione che li contraddistingue. E mi auguro che si riconoscano sempre di più nella nostra fiera, perché se una fiera funziona nel nostro paese ne abbiamo tutti da guadagnare.

Qual è il price range delle opere offerte a miart?
È ampio tanto quanto il ventaglio cronologico dell'offerta: si va da gallerie che hanno meno di cinque anni e che mostrano artisti giovani, per cui si parla di poche migliaia di euro, fino al moderno, dove si può anche arrivare ad alcuni milioni.

Ci sono stati cambiamenti a livello di team?
Quest'anno ho creato una nuova posizione per la relazione con gli espositori e i progetti speciali, affidata ad Oda Albera, perché avevo bisogno di una persona d'appoggio per avere un dialogo sempre più stretto con gli espositori, che quest'anno sono 175.

Chi sono i nuovi curatori?
Per la sezione Generations ho selezionato due curatori: Douglas Fogle, ora curatore indipendente di base a Los Angeles, già curatore all' Hammer Museum di Los Angeles e al Carnegie Museum di Pittsburgh, e Nicola Lees, curatrice che vive a New York, che per tre anni è stata curatrice dei Frieze Projects e prima ancora dei public program alla Serpentine . Li ho scelti perché hanno un approccio trasversale sia sullo storico che sul contemporaneo, non pensano a compartimenti stagni, che è quello che serve a questa sezione. Fogle, per esempio, ha recentemente curato la mostra di Fausto Melotti con cui la galleria Hauser & Wirth ha aperto la collaborazione con l'archivio, mentre Lees ha lavorato con artisti di generazioni più recenti, ma in occasione della Biennale di grafica a Lubiana è riuscita a contestualizzare il lavoro di artisti giovani insieme altri oggi dimenticati.

Quest'anno miart si sovrappone ad un'altra grande fiera milanese, la Borsa Internazionale del Turismo (Bit)...
Le due manifestazioni si sovrappongono nella giornata di domenica. Grazie a questa contemporaneità il visitatore di miart potrà accedere anche alla Bit. È vero che i pubblici sono diversi, ma è anche vero che la cultura è una componente sempre più importante delle politiche turistiche. In Italia vi è la più alta concentrazione di siti Unesco al mondo e tra gli operatori turistici vi è sempre più cosapevolezza che per aumentare i flussi si debba puntare sulle passioni, come quella per l'arte. C'è una sovrapposizione positiva anche con il Salone del Mobile: a visitare la nostra sezione di design – per il secondo anno consecutivo a cura di Domitilla Dardi – il sabato e la domenica troviamo già il pubblico della settimana successiva, e sono felice quest'anno di annunciare un nuovo premio proprio per questa sezione, un premio sviluppato grazie al supporto di CEDIT – Ceramiche d'Italia, che permetterà all'opera di un designer italiano emergente, presentata all'interno di Object, di entrare nella collezione permanente del Triennale Design Museum di Milano. Questo per me è un esempio di come una fiera possa creare un circolo virtuoso tra eccellenze italiane, siano esse individuali, istituzionali o industriali.

Che cosa consiglia di visitare a Milano nella settimana di miart?
Oltre al giro delle istituzioni già nominate, come Prada e i suoi molti progetti (non ultimo il nuovo Prada Osservatorio dedicato alla fotografia), l'Hangar Bicocca (con le personali di Miroslav Balka e Laure Prouvost), il nuovo allestimento del Design Museum della Triennale, Santiago Sierra al PAC, Pino Pascali alla Fondazione Carriero e Adrian Paci alla Basilica di Sant'Eustorgio,
ci sarà una grande mostra ai Frigoriferi Milanesi sull'arte sia contemporanea sia tradizionale africana, messa in relazione con con la presenza dell'arte africana nel collezionismo italiano, la mostra di Keith Haring a Palazzo Reale, incentrata sulle fonti a cui Haring ha guardato per sviluppare il suo linguaggio, la mostra per i trent'anni dell'Ultima Cena di Andy Warhol al Museo del Novecento , quella sui 100 anni di scultura alla GAM e le vetrine d'artista di Paola Pivi alla Rinascente . Ma il programma è veramente ricchissimo e include le mostre nelle gallerie e negli ottimi spazi no-profit che sempre di più animano la vita culturale di Milano, e a dimostrazione di quanta offerta ci sia per la prima volta l'Art Week parte addirittura da lunedì 27 marzo, estendendosi per oltre l'inaugurazione e la durata di miart.

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