La cantina abruzzese

Radici nel territorio con lo sguardo al futuro: il vino Ciavolich riparte da storia e tradizione

di Enza Moscaritolo

2' di lettura

Prendere ispirazione dalla storia di famiglia per creare vini che guardano al futuro. Dalle vicende degli avi, che somigliano alle pagine di un romanzo, Chiara Ciavolich ha imparato diverse cose per organizzare e portare avanti l’azienda agricola, quando nel 2004 ne ha preso in mano le redini. In primo luogo l’amore per la terra che significa rispetto del territorio e valorizzazione di un patrimonio e di un potenziale ancora poco conosciuto, ma anche senso di responsabilità verso quell'impresa cui sentiva di dover imprimere una svolta. Quel necessario “cambio di pelle” che ha portato Chiara, quinta generazione a fare il vino, a scegliere di percorrere strade nuove come produrre vini fortemente identitari (Montepulciano d'Abruzzo, Cococciola, Cerasuolo) che avessero un legame col territorio e non produrre più vino sfuso, in un’ottica più contemporanea. Adottare processi di vinificazione utilizzando materiali che hanno un legame con la loro storia (fermentazioni spontanee in materiali antichi come la terracotta, il legno, il cemento, quest’ultimo tipico della produzione abruzzese degli anni Sessanta).

«È stato un processo prima di tutto di consapevolezza e di presa di coscienza - racconta Chiara Ciavolich, alla guida di un’azienda agricola che conta una quindicina di dipendenti e un fatturato di un milione e 200mila euro – e respirare questa storia sin da bambina così ricca e speciale mi ha fatto capire quello che dovevo fare. Ma occorre anche darsi del tempo per comprendersi e fare dei vini che davvero assomiglino all'idea che si vuole trasmettere. Cerco di mettermi il più possibile in ascolto per creare, insieme al mio staff, vini che raccontino il territorio con uno sguardo al futuro e non più al passato». L'azienda agricola reca sul suo marchio la data 1853, ma le origini sono assai più risalenti nel tempo. La famiglia Ciavolich operava nel commercio della lana, ma lasciò la Bulgaria per sfuggire alle invasioni saracene e si rifugiò in Abruzzo, terra di pastori, intorno al 1560. I Ciavolich divennero proprietari terrieri nel 1700 e infine iniziarono a vinificare a partire dalla metà dell’Ottocento a Miglianico, nel chietino, dove oggi l’antica cantina fondata da Francesco Ciavolich è un piccolo percorso museale sotterraneo e, al primo livello, è divenuta una vineria che ospita eventi. Il quartier generale si trova a Loreto Aprutino, città natale della bisnonna Ernestina, dove l’azienda conta 35 ettari di vigneti, 3 ettari di uliveti, 10 di seminativi che circondano il casale e la cantina. I vigneti sono per metà a pergola abruzzese da selezione massale e per metà a spalliera da selezione clonale. «Negli ultimi anni abbiamo avviato un’opera di valorizzazione del patrimonio genetico originario proveniente dalle viti che furono piantate negli anni Sessanta – spiega Ciavolich che esporta in Europa, America e Russia – sempre nell’ottica di creare un legame con il territorio che merita di essere conosciuto e valorizzato adeguatamente, abbandonando quell’idea dell'Abruzzo un po’ grossolana che finora è stata alimentata, per un miglior posizionamento sia all'Italia che all’estero. Durante l'emergenza del lockdown dello scorso anno, però, nonostante le difficoltà e le perdite, con un - 30% sul fatturato, grazie alle presentazioni on line abbiamo acquistato nuovi importatori soprattutto sul mercato cinese che si è dimostrato molto interessato alla nostra regione».

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