edmondo bruti liberati

Radiografia della magistratura

di Sabino Cassese


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4' di lettura

La magistratura è uno dei corpi dello Stato che è riuscito a modificarsi nel settantennio repubblicano: sono cambiati i rapporti tra alta e bassa magistratura, il tasso di femminilizzazione è stato altissimo, e così anche la capacità di far fronte alle emergenze e la rapidità con la quale il corpo è divenuto fattore attivo della scena politica, pur non riuscendo a risolvere il problema dei ritardi nello svolgimento della sua funzione fondamentale, quella di dare giustizia.

Per questo motivo, la magistratura ha attirato l’attenzione di politici e studiosi, come dimostrato dall’opera storica fondamentale, quella di Antonella Meniconi (Storia della magistratura italiana, Bologna, il Mulino, 2013). Ad essa si aggiunge ora il libro di Edmondo Bruti Liberati, attivo in magistratura per quasi un cinquantennio (e in uno dei gangli dell’ordine giudiziario, la Procura di Milano), membro del Consiglio superiore della magistratura, protagonista di una stagione dell’associazionismo giudiziario.

Scritto con stile asciutto, molto ben documentato, questo libro è uno spaccato della storia italiana e si muove su più piste: la legislazione dell’Italia repubblicana relativa alla giustizia, l’azione dei ministri della giustizia e del Presidente della Repubblica, i rapporti tra Corte di Cassazione e gli altri livelli della giustizia, la “carriera” dei magistrati, il Consiglio superiore della magistratura e i modi in cui ha esercitato i suoi poteri nelle diverse “consiliature”, l’associazionismo giudiziario, l’organizzazione del lavoro della magistratura, l’autopercezione del corpo dei magistrati e il modo in cui la cultura giuridica ha accompagnato o ostacolato il progresso del corpo giudiziario.

La costruzione del libro è diacronica. Parte dall’adesione della magistratura al fascismo e dall’epurazione, nonché dalla permanenza nel dopoguerra del modello tradizionale di magistratura, mette in luce il ruolo della prima sentenza della Corte costituzionale, spiega il cambiamento intervenuto nel 1965 con l’ingresso delle donne nel corpo giudiziario, registra le difficoltà e la lentezza con le quali la Costituzione fu attuata, illustra i passi avanti fatti negli anni Settanta e Ottanta, si sofferma con particolare cura su “Mani Pulite” e sull’atteggiamento della magistratura durante i governi di Berlusconi e dell’Ulivo, arriva agli anni Duemila.

Questa storia si distingue per l’attenzione prestata a singoli casi giudiziari (tra gli altri, piazza Fontana, “trame nere”, Sindona, terrorismo, P2), che hanno visto la magistratura al centro delle vicende più drammatiche del secondo dopoguerra, per il rilievo dato al funzionamento del Consiglio superiore della magistratura (con particolare attenzione agli anni delle presidenze Pertini e Cossiga), per l’attenzione rivolta alla storia dell’associazionismo dei magistrati.

    Non mancano critiche al lassismo corporativo del Consiglio superiore negli anni Ottanta, al protagonismo di alcuni magistrati, alla spettacolarizzazione della giustizia, all’abuso della custodia cautelare, al ricorso a organismi e procedure straordinarie, definiti irrilevanti o dannosi.

    Una storia come questa, che è anche una valutazione d’insieme e un bilancio del settantennio, è il necessario punto di partenza di una riflessione sul posto della magistratura nell’attuale sistema istituzionale. Riflessione che deve partire da tre punti: indipendenza e sua portata, efficienza e sue carenze, ruolo del corpo giudiziario nel sistema politico-istituzionale.

    Il libro si apre con frasi di Lodovico Mortara sull’indipendenza, frasi che evocano l’indipendenza come autogoverno. Spiega che questa si è realizzata e come si è realizzata (indipendenza esterna e indipendenza interna, autogestione). Non considera i costi di questa declinazione estrema di indipendenza: la politicizzazione dall’esterno sostituita con la politicizzazione dall’interno, l’allentamento dei vincoli e la difficoltà di misurare la produttività della giustizia, l’autocefalia dell’ordine giudiziario, le continue tensioni con il corpo politico, il rallentamento dei processi sociali prodotto dalle continue interferenze del corpo della magistratura in tutti i processi di decisione. Inoltre, i magistrati sono riusciti a muovere forze esterne che hanno aiutato la conquista dell’indipendenza, cooperando alla sua progressione, ma ne sono rimasti ideologicamente prigionieri.

    Collegato all’indipendenza è il secondo punto critico della storia della magistratura nell’età repubblicana. Bruti Liberati osserva che «la stagione delle riforme [degli anni Settanta] è anche la stagione in cui l’apparato giudiziario perde la sfida per l’efficienza» (pagina 117). Analoga conclusione può trarsi per tutto il restante periodo repubblicano. Ciò pone la domanda: come e perché un corpo che ha saputo tanto bene declinare l’indipendenza non ha saputo poi usarla proprio al fine di realizzare il suo fine ultimo, quello di assicurare alla società una giustizia tempestiva? Si può pensare che non essersi attrezzati per far fronte alla domanda di giustizia sia stato un modo per scoraggiare la stessa domanda, un eccesso di litigiosità? Oppure si deve ritenere che la palese inefficienza del sistema sia il prodotto di un certo malthusianesimo, funzionale a sua volta a tener alto il livello del personale di giustizia (nonché il suo trattamento retributivo)? O va formulata l’ipotesi che l’inefficienza della giustizia vada ricondotta alla scarsa cultura organizzativa della magistratura e vada considerata come l’effetto negativo della cosiddetta indipendenza interna, che recide o indebolisce i legami cooperativi?

    Il terzo punto critico riguarda la collocazione della magistratura nel sistema politico–costituzionale. Il ciclo illustrato da Bruti Liberati muove da una magistratura conservatrice, gerarchica, filo-governativa, per giungere al suo opposto. Ma come il modello iniziale e come quello finale hanno contribuito al funzionamento complessivo dello Stato in questo settantennio? Certamente il secondo ha aumentato il pluralismo, agendo da contrappeso e controllo. Ma questo non può finire – alla lunga - per rallentare i processi di decisione, e per spaventare gli altri protagonisti del sistema (i politici, gli amministratori), operando come freno?

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