arte

Raffaello e la sua cerchia

Nei 500 anni dalla sua morte Urbino celebra l’artista divino con una rassegna d’eccezione

di Marco Carminati


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3' di lettura

Siamo ancora nel pieno delle celebrazione legate ai cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci ( 1519-2019) , ma già si presentano all'orizzonte le prime iniziative previste per un altro importante anniversario della storia dell'arte: la morte del “divino” Raffaello, che sopraggiunse il 6 aprile 1520.
Raffaello morì giovane, a 37 anni, Vasari dice per gli eccessi amorosi, e la sua dipartita venne considerata un'autentica sciagura per il mondo delle arti. Il corpo del Maestro venne deposto al Pantheon in un'urna sulla quale venne incisa una frase latina dettata da Pietro Bembo; che tradotta in italiano suona così: “Qui sta quel Raffaello che mentre era vivo, la gran madre Natura temette di essere vinta. Ma ora che è morto, essa stessa teme di morire”.
Raffaello scompare giovane, all'apice di una carriera che era stata rapidissima e che affondava la sue radici nella piccola città di Urbino dove aveva avuti i natali il 6 aprile del 1483.
La prima mostra in Italia dedicata al centenario della morte di Raffaello (1520-2020) vede protagonista proprio Urbino.
«Raffaello e gli amici di Urbino»questo il titolo della rassegna - verrà allestita nella Palazzo Ducale di Urbino(sede della Galleria Nazionale delle Marche) dal 3 ottobre 2019 al 19 gennaio 2020, promossa e organizzata dal Polo Museale delle Marche diretto da Peter Aufreiter, con la collaborazione del Comune di Urbino e della Regione Marche. Barbara Agosti e Silvia Ginzburg saranno le curatrici.

La rassegna parte da un presupposto preciso: nascendo a Urbino, Raffaello trovò nella “città in forma di palazzo” l' ambiente ideale per diventare quello che sarebbe diventato. In Urbino e nelle Marche egli respirò l'arte che aleggiava leggera nell'aria. A cominciare dall'attivissima bottega del padre Giovanni Santi, una sorta di artista-poeta-imprenditore e factotum dei Duchi di Urbino che insegnò al figlio i primi rudimenti della pittura. Al promettente Raffaello, però, il solo padre (modesto artista) non poteva certo bastare. Per cui egli allargò presto lo sguardo agli artisti impegnati alla Corte dei Montefeltro e nel Ducato, artisti che lo avvicinarono ai venti nuovi che sul mutare del secolo, tra Quattro e Cinquecento, rivoluzionarono l'arte in Italia e in Europa.
“La mostra di Urbino – fa spiegato il direttore Aufreiter - Indaga e racconta, per la prima volta in modo compiuto, il mondo delle relazioni di Raffaello ha intessuto con gli artisti operosi a Urbino, quelli che accompagnarono la sua formazione e la sua transizione verso quella “Maniera moderna” che conobbe il suo apice durante la memorabile stagione romana (1508-1520)”.
Fondamentale fu, per l'esordiente Raffaello, il ruolo giocato dai pittori umbri Pietro Vannucci detto Perugino e Luca Signorelli che influenzano il suo linguaggio pittorico nel periodo di formazione e nel primo tratto della sua attività. In parallelo, i suoi concittadini Girolamo Genga e Timoteo Viti che ebbero modo di intersecarsi con lui negli anni del periodo fiorentino (1504-1508) e con i primi tempi della presenza romana di Raffaello.

Pur muovendo da un retroterra comune, da esperienze condivise e da analoghe sollecitazioni figurative, Raffaello compì, rispetto agli altri colleghi, un eccezionale “stacco” in avanti che lo porterà a diventare non solo il pittore di punta nella Roma di Giulio II e Leone X, ma il punto di riferimento nei successivi svolgimenti della pittura moderna nel ducato urbinate, con l'emergere della personalità di Raffaellino del Colle dalla costola di Giulio Romano e soprattutto con il commovente omaggio tentato da Genga dopo la morte di Raffaello in piena continuità con il suo magistero.
“La mostra sarà dunque – hanno dichiarato le curatrici Barbara Agosti e Silvia Ginzburg – un'occasione di misurare, nel contesto specifico urbinate e nelle tappe maggiori della carriera, la grande trasformazione della cultura figurativa italiana nel passaggio tra il Quattro e il Cinquecento grazie al genio di Raffaello”. E grazie alla sua pittura che – dice Vasari – “i popoli corsero a vedere come matti, corsero a questa bellezza nuova e più viva, parendo loro assolutamente non si potesse giammai fare di meglio”.

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