Capolavori ritrovati

Raffaello: questo putto è di sua mano

Donato nell’800 all’Accademia di San Luca, il frammento d’affresco venne considerato una copia e persino un falso. Ma gli ultimi studi confermano l’autografia raffaellesca

di Alessandro Zuccari

 Raffaello, «Putto reggifestone», Roma, Accademia di San Luca

4' di lettura

La mostra organizzata nella galleria dell’Accademia di San Luca di Roma in occasione del quinto centenario della morte di Raffaello sul mito dell’Urbinate (a cura di Francesco Moschini, Valeria Rotili e Stefania Ventra) è ruotata attorno a un pezzo forte: il Putto reggifestone attribuito a Raffaello sin dall’Ottocento, ma da alcuni studiosi considerato una copia e persino un falso. Questo frammento di affresco (115 x 48 cm) - singolare anche perché eseguito su una superficie incurvata - era spuntato dal nulla nel 1829, durante il grigio pontificato di Leone XII: lo teneva nel suo studio di via del Vantaggio, presso piazza del Popolo, il pittore neoclassico Jean-Baptiste Wicar, ritrattista della famiglia Bonaparte, fine collezionista e abile mercante. Alla sua morte egli aveva lasciato al Museo di Lille la sua raccolta di 1300 disegni (con splendidi autografi di Raffaello) e all’Accademia di San Luca l’opera più preziosa (allora valutata 500 scudi), forse per discolparsi di aver collaborato alle requisizioni napoleoniche di tanti capolavori italiani.

Raffaello in Sant’Agostino

Dal 1834, quando fu esposto nella galleria accademica, il misterioso Putto riscosse grande successo specialmente tra i pittori, come attestano le numerose copie ottocentesche. Tutti vi hanno riconosciuto l’affinità con uno dei putti che affiancano l’Isaia affrescato da Raffaello in Sant’Agostino (1513 ca.) – poi confermata dalla perfetta sovrapponibilità delle due figure –, ma sempre qualcuno ne ha messo in dubbio la paternità dell’Urbinate. A riaccendere la discussione sull’autografia sono stati due articoli usciti nel 1960. Nel primo Luigi Salerno sosteneva l’ipotesi che fosse un falso creato dallo stesso Jean-Baptiste Wicar, senza però spiegare perché il “falsario” avesse tenuto per sé il dipinto invece di spacciarlo per originale a un prezzo considerevole. Gli replicava Pico Cellini, che aveva appena restaurato l’Isaia di Sant’Agostino, identificando nel Putto ciò che rimaneva della prima versione del medesimo profeta, ricordata da Vasari, che Raffaello avrebbe realizzato nello spazio curvo di un arco o una cappella e poi distrutto per rifarlo su un pilastro della chiesa (sopra la Madonna col Bambino e sant’Anna scolpita nel 1512 dal Sansovino).

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Istituto Centrale del Restauro

Nel 1962 l’opera venne sottoposta a indagini chimiche e nel 1968 a un intervento conservativo condotto dall’Istituto Centrale del Restauro, ma le operazioni non furono considerate dirimenti sull’autografia e il dibattito è proseguito seppur trascurando un’importante acquisizione: Alessandro Conti collegava il fanciullo di San Luca a un «puttino a fresco cavato di Roma di mano di Raffele» ricordato nel 1603 in collezione Bentivogli dalla guida di Bologna di Francesco Cavazzoni.

Merito della mostra promossa dall’Accademia di San Luca è stato aprire un cantiere di studio per rispondere ai tanti quesiti rimasti irrisolti. I curatori hanno scelto di riesaminare l’affresco coinvolgendo specialisti di diversa competenza. Claudio Falcucci, ingegnere nucleare esperto di indagini diagnostiche, ha rilevato le tracce del disegno preparatorio e la compatibilità dei pigmenti usati da Raffaello in Sant’Agostino.

Silvia Ginzburg, docente di Storia dell’arte moderna all’Università di Roma Tre, partendo dall’ipotesi che l’Isaia fosse stato commissionato da Egidio da Viterbo (umanista legato a Leone X e generale degli agostiniani) ha rintracciato conferme sulla provenienza bolognese del Putto, ricostruendo i rapporti dei frati di Sant’Agostino con i Bentivogli, eredi della beata Elena Duglioli (committente della Santa Cecilia inviata dal Sanzio a Bologna, dove il Putto potrebbe essere stato spedito come saggio dell’abilità del pittore). Paolo Violini, che ha condotto il restauro di numerosi dipinti di Raffaello in Vaticano, ha riscontrato che la superficie dell’affresco era pesantemente offuscata dall’alterazione dei protettivi sintetici applicati nel 1968.

Mecenati Galleria Borghese - Roman Heritage Onlus

Da qui è nata l’idea di continuare le ricerche e di sottoporre il frammento a un nuovo intervento di pulitura e risarcimento delle lacune. Grazie al finanziamento dei Mecenati Galleria Borghese - Roman Heritage Onlus, presieduti da Maite Bulgari, è stato avviato il «Progetto di studio, restauro e valorizzazione del Putto reggifestone», che ha dato risultati sorprendenti. Mentre Paolo Violini rimuoveva dalla superficie i materiali estranei sono emerse l’altissima qualità pittorica della figura e la naturalezza delle foglie e dei frutti che compongono il festone. Il modellato morbido del bambino, la sua vivida espressione, la scioltezza esecutiva dei capelli, delle ombre e delle luci escludono certamente che si possa trattare di una copia. In parallelo sono state fatte nuove indagini sull’Isaia di Sant’Agostino, che hanno consentito di verificare nei due affreschi la piena corrispondenza dei procedimenti tecnici, mentre l’analisi dei pigmenti ha rilevato l’utilizzo delle stesse terre naturali. Oggi, finalmente, anche i non esperti potranno constatare che il Putto dell’Accademia è persino più fresco e palpitante del suo “gemello”.

Scansione 3D del frammento

Nel cantiere di ricerca sono stati coinvolti gli architetti della Sapienza Marco Fasolo e Leonardo Baglioni, che hanno realizzato la scansione 3D del frammento e stanno effettuando rilievi con laser scanner nella chiesa di Sant’Agostino (restituendone graficamente il modello attraverso le nuvole di punti) per individuare quale superficie curva possa corrispondere alla collocazione originaria del Putto. Ai primi esiti di questo lavoro sarà dedicato il 30 aprile un seminario online intitolato «Il Putto reggifestone dell’Accademia di San Luca e l’Isaia di Raffaello in Sant’Agostino. Ricerche in corso» che darà modo di apprezzare la prospettiva interdisciplinare con cui è stato affrontato lo studio di un'opera con una storia misteriosa e una fortuna critica alterna. Nel prossimo autunno, a ricerche concluse, gli specialisti potranno confrontarsi alla luce delle nuove acquisizioni in un convegno organizzato dall’Accademia Nazionale di San Luca, cui va riconosciuto il merito di aver reso possibile un progetto così rigoroso e articolato in tempo di pandemia.

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