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Raffinerie di Priolo, la replica al WSJ: nessuna elusione sulle sanzioni a Mosca

Diego Bivona (Confindustria Siracusa): «Non risulta che sia stato venduto negli ultimi mesi prodotto raffinato proveniente dalla Sicilia negli Stati Uniti»

di Nino Amadore

L’impianto Isab di Priolo, in provincia di Siracusa (Reuters)

3' di lettura

«Isab opera sul libero mercato e vende i suoi prodotti liberamente rispettando i contratti in essere e rispettando soprattutto le leggi. Non mi risulta poi che Litasco, la società svizzera che commercializza i prodotti di Isab, abbia venduto negli ultimi mesi un solo litro di prodotto raffinato proveniente dal polo siracusano negli Stati Uniti». A parlare è Diego Bivona, presidente di Confindustria Siracusa, che commenta con una certa sorpresa il servizio video del Wall Street Journal che, nella sintesi italiana diffusa, lascia intendere che vi sia da parte della società italiana indirettamente controllata dal colosso russo Lukoil un’attività di elusione delle sanzioni internazionali. «È strano – aggiunge Bivona – che un servizio giornalistico di questo tipo, fondato su una non notizia, venga pubblicato proprio ora ovvero nel momento in cui il governo italiano sta lavorando per risolvere il problema della sopravvivenza di Isab».

La replica: nessuna elusione con Isab

Dalle parti di Priolo, dove si trovano le due raffinerie di Isab, non commentano ma non vi è dubbio che il video del Wsj ha provocato molta amarezza perché, è l’opinione corrente, utilizza il caso Isab per vicende che nulla hanno a che vedere con l’attività delle raffinerie siciliane. Lo stesso servizio del Wall Street Journal sottolinea che sono le norme sulle sanzioni Usa alla Russia a consentire «di raffinare il greggio russo in un paese al di fuori della Russia e di inviarlo negli Stati Uniti». Ascoltando con attenzione il video del quotidiano americano non si rileva alcuna accusa di elusione dell’embargo da parte di Isab semmai una ricostruzione di come gli Stati Uniti stiano trattando queste vicende in un ambito, quello energetico, che ha ovvie ripercussioni anche sulla sicurezza nazionale: «Da noi (negli Usa ndr) – sostiene il servizio del Wsj – le sanzioni stabiliscono un’eccezione per qualsiasi bene di origine russa che sia stato sostanzialmente trasformato in un prodotto di fabbricazione straniera». E dunque l’elusione non sembra esserci.

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Quanto alla situazione generale , il servizio prosegue «Lukoil ha ancora una presenza negli Stati Uniti e distribuisce prodotti petroliferi in 11 stati secondo il sito web dell’azienda – racconta il Wsj –. L’unico motivo per cui può vendere petrolio russo negli Stati Uniti è perché si ferma alla raffineria in Sicilia mentre arriva qui. La raffineria Lukoil in Sicilia è la seconda più grande d’Italia e la quinta più grande d’Europa. Prima della guerra portava e miscelava greggio da almeno 15 paesi diversi con una media del 30% proveniente dalla Russia. Ora la stragrande maggioranza proviene dalla Russia perché le banche europee hanno smesso di prestare denaro alla raffineria Isab dopo che la Russia ha invaso l’Ucraina. Di conseguenza, la raffineria di Lukoil non era più in grado di acquistare greggio da altri paesi. Da aprile fino al 93% della sua materia prima è puro greggio russo. Il resto è una miscela kazaka russa o kazaka secondo i dati della società di monitoraggio delle materie prime Vortexa». 

L’accusa del WSJ: esportati 5 milioni di barili negli Usa

Se Isab fosse stata messa già a marzo in condizione di operare sul libero mercato internazionale probabilmente oggi avrebbe già ridotto al minimo l’importazione di petrolio russo che, si ricorderà, non potrà più essere lavorato a partire dal 5 dicembre, quando scatterà l’embargo. Secondo il Wsj, Isab avrebbe «esportato quasi 5 milioni di barili di prodotti petroliferi negli Stati Uniti da marzo di quest’anno circa 2,5 milioni di questi barili erano benzina. Secondo l’American Petroleum Institute, è sufficiente per riempire circa 7 milioni di serbatoi di benzina per automobili». L’inchiesta del Wsj, utilizza in pratica la raffineria Isab di Priolo come caso per dimostrare quale sia il vulnus nell’apparato normativo statunitense: «Le spedizioni di Lukoil, dalla raffineria in Sicilia, potrebbero rappresentare solo una frazione delle nostre importazioni di petrolio» conclude il pezzo del Wall Street Journal.

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