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Raffineria Lukoil di Priolo a rischio chiusura: il governo pensa alla nazionalizzazione

Isab verso lo stop: 10mila posti di lavoro in bilico. La società è controllata da Lukoil, fondata dal russo Vagit Alekperov, che si è dimesso giorni scorsi

di Nino Amadore

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3' di lettura

L’inasprimento delle sanzioni alla Russia e in particolare al petrolio russo porterebbe all’immediata chiusura della raffineria Isab che si trova a Priolo nell’area industriale di Siracusa. E quindi al collasso dell’intera zona industriale, uno dei più importanti poli energetici d’Europa.

Pericolo chiusura imminente

Per la prima volta, a quasi cinquant’anni dalla fondazione, si fa più concreto il pericolo di una chiusura dell’impianto per quello che ormai tutti da queste parti chiamano «effetto boomerang delle sanzioni alla Russia di Putin» e di un atteggiamento da parte del sistema creditizio che è giudicato «inutilmente ostile» nei confronti di un’azienda di diritto italiano controllata dalla svizzera Litasco SA a sua volta controllata da Lukoil il cui fondatore e numero uno Vagit Alekperov si è dimesso nei giorni scorsi.

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La Raffineria Isab, che Litasco ha acquistato qualche anno fa dal Gruppo Erg, lavora (oggi) 10,6 milioni di tonnellate (in media) di greggio raffinato l’anno (il 13,6% del totale nazionale) ma con una capacità di raffinazione che, secondo i dati registrati dall’Unem, raggiunge i 19,4 milioni di tonnellate di greggio l’anno pari a poco più del 22,2% del totale del nazionale.

Impianto rifornito dai pozzi russi

Fino a qualche mese fa Isab acquistava dalla Russia in media il 40% di petrolio, ora invece la totalità del greggio lavorato arriva dalla Russia e in particolare dai pozzi controllati da Lukoil: le banche non concedono più il credito necessario né le garanzie per acquistare il petrolio fuori dalla Russia e quindi è arrivato il soccorso di Lukoil: «Prendiamo il greggio da Lukoil – dice Claudio Geraci, vicedirettore generale di Isab – perché è l’unica società che ci fa credito». Ecco perché eventuali sanzioni indiscriminate al petrolio russo avrebbero un effetto solo: la chiusura della raffineria e il licenziamento dei lavoratori.

«Ma facciamo attenzione – dice Mimmo Tringali, amministratore dei Cantieri Tringali di Augusta – la chiusura della Raffineria Isab manderebbe a gambe all’aria l’intera area industriale perché qui tutto si tiene. Per quanto riguarda il solo cluster marittimo sono in bilico almeno mille posti di lavoro e un giro d’affari di un miliardo con centinaia di aziende interessate». Sarebbe la fine, per dire, per il Porto di Augusta che «movimenta ogni anno 38 milioni di tonnellate di merci in cui i prodotti Isab hanno un peso determinante: su 2600 approdi in un anno sono almeno 500 quelli Isab».

A Priolo il 51% del Pil provinciale

Per non parlare, ripetono in tanti, dei circa diecimila posti di lavoro di un’area industriale che vale il 51% del Pil della provincia di Siracusa. «La classe politica farebbe bene a occuparsi di questo tema e con urgenza perché qui rischia di scoppiare una bomba sociale senza precedenti» Perché, tra l’altro, c’è anche un problema immediato che non si riesce a risolvere: le banche non concedono più anticipi sulle fatture Isab e dunque le imprese sono costrette ad aspettare 90 giorni per poter essere pagate per i lavori fatti o per le forniture: «Tutto ciò – dice Giovanni Musso, amministratore delegato della Irem e presidente della sezione metalmeccanici e installatori di Confindustria Siracusa – sta creando non pochi disagi anche perché non riguarda il merito creditizio. In queste condizioni il futuro appare veramente disastroso: a Roma devono capire che qui non si può perdere tempo anche su un altro fronte: quello degli investimenti per la transizione ecologica che escludono le raffinerie».

L’ipotesi statalizzazione

In questo clima di forte preoccupazione si fa strada persino l’idea di una possibile statalizzazione della Raffineria Isab, considerata asset energetico fondamentale: lo Stato, secondo questo ragionamento eserciterebbe il Golden power e potrebbe rimettere sul mercato l’impianto tra un paio d’anni o anche dopo. Ragionamenti in un territorio che non sa più a che santo votarsi e che si prepara ad affrontare il peggio.

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