dopo delibera cda

Rai, ancora scontro sul tetto agli stipendi. Campo Dall’Orto: ci penalizza. Minoli: tagli sacrosanti

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Il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall'Orto


3' di lettura

Botta e risposta a distanza (con opinioni opposte), tra il direttore generale della Rai Antonio Campo Dall'Orto e Giovanni Minoli sul tetto di 240mila euro agli stipendi Rai esteso recentemente anche ad artisti e presentatori. Tra i coinvolti i volti più noti della tv pubblica come Fabio Fazio, Claudio Insinna, Antonella Clerici, Bruno Vespa, Massimo Giletti, Carlo Conti, Piero e Alberto Angela, Amadeus, Lucia Annunziata (i loro compensi sono a volte superiori ai 500 mila euro annui).

Campo Dall’Orto: con il tetto una Rai perdente
Per il dg di viale Mazzini la legge sul tetto ai compensi degli artisti della Rai «metterebbe oggettivamente la Media Company di servizio pubblico in una condizione di subalternità rispetto alle altre aziende presenti sul mercato, limitandone nel contempo e la possibilità di svolgere appieno il compito assegnatole». In una lettera a Repubblica Campo Dall’Orto argomenta che le cifre pagate dalla tv pubblica «non sono svenamenti» ma molto spesso «investimenti sicuri». E cita l’esempio di Carlo Conti, direttore artistico di Sanremo retribuito con 650mila euro, il cui progetto è capace di generare «non solo - obiettivo centrale e decisamente più importante - il consenso di una parte larghissima di cittadini», ma anche una «raccolta pubblicitaria di 26 milioni di euro. Questo si chiama valore».

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Minoli: se Rai non taglia gli stipendi muore
Di opposto avviso Giovanni Minoli, per il quale il tetto di 240mila euro anche per
artisti e conduttori della Rai «è sacrosanto». Il conduttore di Mix24, in un’intervista a Libero, spiega: «Sarebbe il sistema per ricalmierare i compensi, far uscire dalla paralisi la Rai e dare un senso agli introiti da 2 miliardi di
euro del canone pubblico». Secondo il giornalista, un lungo passato nell’azienda di servizio pubblico, la nuova norma non danneggerebbe Viale Mazzini: «Il mercato è profondamente cambiato - dice - e qualcuno mi spieghi perché io
devo pagare 3 milioni alla Clerici e 1,8 alla Annunziata per mezz'ora di intervista alla settimana». Per Minoli, è possibile infine anche un ripensamento del
concetto di servizio pubblico: «Si deve fare in modo che una quota parte della concessione si leghi ai progetti. Per esempio dei 400 milioni in più piovuti dal canone nella bolletta elettrica, 200 se ne potrebbero assegnare a tv che non siano la Rai». Quanto alla possibilità di cui si parla che il governo possa
varare una legge per salvare la Rai dal tetto sugli stipendi, «non credo che passi, sarebbe ingiusta e impopolare», conclude il giornalista.

Gasparri: no a “legge Fazio” salva stipendi
Un’ipotesi, quella di una legge “salva-stipendi”, criticata apertamente anche dall’opposizione in Parlamento. «Calenda e Giacomelli stanno preparando la 'legge Fazio'. È incredibile che il governo, mentre dilaga la povertà, pensi a un blitz legislativo per dare milioni ai propri cocchi tipo Fazio e Annunziata (in realtà l’ex presidente Rai ha dichiarato: «Non c'e' problema, è una decisione del cda Rai, io obbedisco», ndr). Un conto è ragionare in termini di mercato per quanto riguarda la dimensione dello spettacolo. Altro è garantire privilegi a dei megafoni del regime renziano e del Pd» attacca dichiara il senatore Maurizio Gasparri (Fi).

Anzaldi (Pd): ok Minoli, a gara parte del canone
Plaude all’intervista di Minoli il deputato dem Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai, che parla di «riflessioni serie sul tetto agli stipendi Rai, sull’assenza di un piano editoriale, sullo strapotere di agenti come Beppe Caschetto, sulla dipendenza della Rai dai collaboratori esterni». E aggiunge: «In una Rai sempre meno servizio pubblico, valutare di mettere a gara una parte del canone rappresenta un’idea sempre meno peregrina».

Anche Roberto Speranza, uno dei leader del nuovo movimento dei “Democratici e Progressisti” si è detto favorevole al tetto perché «non si può immaginare che dalla Rai, che è un'azienda pubblica, non arrivi un messaggio netto di sobrietà».

Da aprile tetto 240mila euro anche per artisti
Dopo alcuni mesi di attesa di un parere chiarificatore da parte dell'azionista Tesoro, il cda Rai ha tagliato la testa al toro. E ha deciso che a partire da aprile il tetto di 240mila euro agli stipendi, se non ci saranno interventi discordanti da parte dei ministeri competenti, sarà esteso anche agli artisti. Dopo manager e giornalisti dipendenti, dunque, anche le star della tv sono finite sotto la mannaia della riforma dell'editoria approvata lo scorso ottobre. Già a novembre il cda aveva proceduto con la delibera applicativa, escludendo solo le collaborazioni di natura artistica, che spesso viaggiano su cifre decisamente superiori al limite di legge. Il timore di alcuni esponenti dei vertici Rai è che l’applicazione del tetto avvantaggi la concorrenza. Per questo la delibera è stata trasmessa al Mef e al Mise: un parere contrario consentirebbe, infatti, di disapplicare la norma.

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