MIGLIAIA IN PIAZZA AI FUNERALI

Razzi su base Usa in Iraq e sulla Zona verde a Baghdad. Lettera Iran a Onu: su Soleimani atto di terrorismo

La Cina: no ad abusi di forza militare, gli americani hanno violato «le norme di base dei rapporti internazionali» e la mossa «aggraverà le tensioni e le turbolenze regionali»

di Andrea Carli

In migliaia in piazza a Teheran contro i “crimini” Usa

La Cina: no ad abusi di forza militare, gli americani hanno violato «le norme di base dei rapporti internazionali» e la mossa «aggraverà le tensioni e le turbolenze regionali»


4' di lettura

Parola alla diplomazia, in un contesto che però vira sempre più, e sempre più pericolosamente, verso una escalation della tensione tra Usa e Iran, con 2.800 soldati americani in viaggio verso il Medio Oriente a protezione delle sedi diplomatiche nell'area e nuovi atti di guerra. Una prima esplosione a Baghdad è avvenuta nella piazza della Celebrazione nel mezzo della Green Zone a Baghdad, una seconda si è verificata vicino all'hotel Babylon sul lato opposto dell'ambasciata americana. Un terzo missile è caduto fuori dalla Green Zone, ferendo 3 civili. Tre i razzi sulla base aerea di Balad, che ospita le forze americane a nord della capitale. Secondo il comando della base sono rimasti feriti 3 soldati iracheni.

Oltre alle armi, pesano come macigni tante parole. A cominciare da quelle del presidente iraniano Hassan Rohani: «Gli Stati Uniti - ha detto - hanno commesso un grave errore e ne pagheranno le conseguenze non solo oggi ma anche negli anni a venire. È un crimine simile al golpe del 1953 (che rimise al potere lo scià Reza Pahlavi) e alla strage sull’Airbus nel 1988 nel Golfo Persico (abbattuto da un missile americano che fece 290 vittime, ndr)».

Così come non passa in queste ore sotto traccia l’avvertimento lanciato dall’ambasciatore iraniano all’Onu, Takht Ravanchi («Non possiamo rimanere in silenzio, dobbiamo agire ed agiremo», afferma) e quello, altrettanto allarmante, del ministro degli Esteri della Repubblica islamica Mohammad Javad Zarif al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres (l’uccisione da parte degli Stati Uniti del comandante delle forze di Qods, il maggiore generale Ghassem Soleimani, potrebbe avere «conseguenze incontrollabili»).

O, ancora, le parole del portavoce del generale di brigata delle Forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi: « Gli americani dovrebbero sapere che la vendetta dell’Iran per l’assassinio del comandante del Quds Qassem Soleimani non sarà affrettata e decideremo dove e quando avverrà la schiacciante risposta». In ogni caso, se ci sarà una guerra o scontri con gli Stati Uniti, Shekarchi non ha dubbi: «Gli americani subiranno gravi danni» e «se gli Usa commetteranno una follia, la risposta dell’Iran sarebbe ancora più dura».

Cina a Usa: no ad abusi di forza militare
E poi c’è la Cina. Al telefono con Zarif, il ministro degli Esteri Wang Yi mette in evidenza che Pechino sollecita gli Usa «a non abusare della forza militare». Wang, nel resoconto dei media cinesi, osserva anche che la forza «non è la soluzione nelle relazioni internazionali». Ricorda ancora che la mossa Usa ha violato «le norme di base dei rapporti internazionali e aggraverà le tensioni e le turbolenze regionali». Parole che hanno il loro peso. La scorsa settimana, dal 27 al 30 dicembre, Iran, Cina e Russia hanno tenuto le loro manovre navali congiunte nell’oceano Indiano e nel Golfo dell’Oman, mentre Zarif si è recato nei giorni scorsi a Pechino.

Tre giorni di lutto in Iraq
È dunque un coro a più voci quello che boccia la prova di forza di cui gli Usa si sono resi protagonisti con l’operazione contro il numero due delle Forze di mobilitazione popolare in Iraq, Abu Mahdi al Muhandis e, ancora prima, contro il generale iraniano Qassem Soleimani. Per ora la palla è nelle mani della diplomazia, nel tentativo di scongiurare una crisi che potrebbe coinvolgere i pesi massimi del panorama geopolitico attuale. I nervi sono tesi. Migliaia di iracheni hanno partecipato a Baghdad al corteo funebre al grido “morte all’America”, mentre il primo ministro iracheno Adel Abdul Mahdi ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

La lettera a Guterres
Nella lettera che Ravanchi ha inviato al segretario generale Antonio Guterres e al collega del Vietnam Dang Dinh Quy, presidente di turno del Consiglio di Sicurezza, si legge che «l’assassinio del generale Qassem Soleimani è un esempio evidente di terrorismo di Stato e, in quanto atto criminale costituisce una grave violazione dei principi di diritto internazionale, compresi quelli stipulati nella Carta delle Nazioni Unite. Comporta quindi la responsabilità internazionale degli Usa».

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In un’intervista alla Cnn, il diplomatico iraniano ha sottolineato che «la risposta ad un’azione militare è un’azione militare. Da parte di chi? Quando? Dove? Lo vedremo». «Non possiamo rimanere in silenzio - ha aggiunto Takht Ravanchi - dobbiamo agire ed agiremo». Il diplomatico ha poi fatto presente che il raid degli Stati Uniti contro Soleimani «è stato un atto di guerra contro il popolo iraniano».

Zarif a Guterres: conseguenze incontrollabili
Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif e il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres si sono sentiti telefonicamente. L’iraniano ha spiegato che la prova di forza degli Usa potrebbe avere «conseguenze incontrollabili». Zarif ha ribadito che l’azione americana è stata «un atto terroristico», e che, per la grande popolarità di Soleimani tra i popoli della regione dovuta al suo impegno contro il terrorismo, «il suo martirio avrà conseguenze che non possono essere controllate da nessuno e la cui responsabilità ricadrà sugli Stati Uniti». Da parte sua, il segretario generale delle Nazioni Unite aveva espresso la sua preoccupazione per l’escalation della tensione in Medio Oriente, invitando tutte le parti in campo alla massima moderazione.

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Le parole di Khamenei a Trump: «Prepara le bare»
E se il presidente Usa Trump da una parte ribadisce di non volere la guerra, dall’altra chiarisce che gli Stati Uniti sono «pronti a qualunque risposta sia necessaria», le parole della guida suprema iraniana Khamenei - «Prepara le bare» - delineano un rischio escalation. Gli iraniani potrebbero decidere di colpire Israele, riprendere il programma nucleare, o di mettere nel mirino le petroliere nello stretto di Hormuz dal quale passano 22,5 milioni di barili di petrolio al giorno. Il prezzo del petrolio è schizzato ai massimi livelli da mesi.

L’Iran minaccia una vendetta pesante al momento e nel luogo opportuni. «La gioia diventerà presto lutto», avvertono i pasdaran. Gli Usa si dicono pronti a inviare altre migliaia di soldati in Medio Oriente. Gli occhi sono tutti puntati su Teheran. Si delinea una partita a scacchi tra due giganti, che potrebbe avere effetti fortemente destabilizzanti in tutto il Medio Oriente. E non solo.

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