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Rallentano le aziende private cinesi, costi al massimo da 40 mesi

L’indice PMI Caixin di marzo è ai minimi da un anno: 50,6 (51,4 quello atteso) e nel frattempo Pechino allenta la tensione sullo yuan forte

di Rita Fatiguso

2' di lettura

Si delinea il quadro congiunturale cinese post anno lunare, con le aziende private di medie e piccole dimensioni in affanno per l’aumento dei costi di produzione e per le possibili conseguenze dell’inflazione. L’indice PMI manifatturiero Caixin / Markit del mese di marzo, che registra l'andamento del settore privato, è sceso al minimo da quasi un anno a 50,6 contro il previsto 51,4 (il mese precedente era stato di 50,9). La Banca centrale apre ai flussi di capitale per allentare le tensioni sullo yuan.

A causa del forte aumento dei costi, al massimo in 40 mesi, anche il settore privato, quindi, segna un rallentamento, allineandosi con l’andamento delle grandi aziende statali i cui PMI, appena diffusi, sono stati a marzo 51,9 nel manifatturiero (previsto 51,2) e 56,3 nei servizi (previsto 52,0).

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I riflessi sull’occupazione

«Dovremmo prestare attenzione all'inflazione in futuro perchè gli indicatori per i prezzi di input e output sono in aumento da diversi mesi», ha detto Wang Zhe, economista di Caixin Insight Group. «La crescente pressione inflazionistica limita lo spazio per le politiche future e non è una buona cosa per sostenere una ripresa economica nel periodo post-epidemia».

Le aziende, intanto, hanno tagliato i livelli di personale per il quarto mese consecutivo. Non è un buon segnale se si pensa che nel discorso al Parlamento in Plenaria il 5 marzo il premier Li Keqiang ha promesso, nel 2021, 11 milioni di nuovi posti di lavoro nelle aree urbane.

D’altronde il quadro cinese trova un riscontro più generalizzato anche nell’andamento asiatico, caratterizzato anch’esso da forti pressioni sui costi. La ripresa produttiva in Asia aumenta il ritmo, ma emergono, infatti, pressioni sui costi di produzione.

Le fabbriche asiatiche hanno aumentato la produzione a marzo poiché una solida ripresa della domanda globale ha aiutato i produttori a superare le battute d'arresto della pandemia, sebbene l'aumento dei costi stia creando nuove sfide per le imprese della regione. Anche Giappone e Corea del Sud vedono espandere l'attività manifatturiera a marzo. Certo il PMI cinese si espande a un ritmo più lento, ma alcuni segnali in aumento dei prezzi stanno mettendo a dura prova le imprese, offuscando le prospettive di stabile ripresa per le economie asiatiche.

La forte pressione sullo yuan

Un altro timore per Pechino è la pressione sullo yuan la cui composizione riflette sempre più l’andamento dei mercati globali. Per questo ha consentito maggiori deflussi di investimenti registrando nel 2020 il primo deficit annuale nella bilancia dei pagamenti in quattro anni.

Le autorità centrali hanno consentito maggiori afflussi di denaro fuori dal Paese per allentare la pressione di apprezzamento sullo yuan legata all’aumento degli investimenti stranieri nei mercati di capitale in Cina.

Il disavanzo, del 2020, escluse le attività di riserva detenute dalla banca centrale, ammontava a 77,8 miliardi, in calo rispetto a una stima iniziale di 175,9 miliardi fornita a febbraio, secondo i dati della bilancia dei pagamenti rilasciati dall’Amministrazione statale dei cambi ( SAFE).

È il primo deficit dal 2016, quando il Paese aveva registrato un disavanzo del conto finanziario per l'anno corrente, escluse le attività di riserva, di 416,1 miliardi. Il conto finanziario include la proprietà di attività estere - depositi, prestiti, titoli, merci e investimenti diretti - e la proprietà estera di attività nazionali.

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