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Rallentare, ridurre, tagliare: chi seguirà Armani e Gucci sulla strada del «meno ma meglio»?

Il gotha modaiolo avverte la necessità di un calendario più snello e una riduzione delle collezioni, con implicazioni di sostenibilità

di Angelo Flaccavento

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Il gotha modaiolo avverte la necessità di un calendario più snello e una riduzione delle collezioni, con implicazioni di sostenibilità


2' di lettura

Ci voleva una catastrofe sanitaria con blocco di ogni attività per convincere il gotha modaiolo della necessità impellente di una riforma dei calendari, di una uscita risoluta dalla bolla dei commerci pompati – anche se in Cina si spende e spande già, come prima – di un ridimensionamento deciso dello strapotere dei department store famelici di cose nuove ogni settimana come nemmeno Zara o H&M.

In questa incerta fase due si parla molto, invocando responsabilità. Abbondano i proclami, per il momento esclusivamente teoretici, elaborati in isolamento. Pensieri individuali che convergono nella medesima direzione: per riparare la macchina, che è rotta e arranca, bisogna fare di meno e meglio, riallineando le stagioni commerciali a quelle reali, allungando la vita dei prodotti in boutique con una rotazione meno frenetica, riducendo i periodi di saldo; bisogna anche che gli show diminuiscano, perché la sfilata come strumento di pura comunicazione ha perso mordente. Questo riduzionismo moraleggiante unisce i grandi, stanchi degli sprechi, come i piccoli, messi all’angolo per mancanza di risorse, e attraversa con impeto l’intera geografia del sistema.

Il primo a parlare, in una lettera aperta al quotidiano americano Wwd datata 3 aprile, è stato Giorgio Armani, perentorio e pragmatico nell’affermare: «L’emergenza attuale dimostra come un rallentamento attento ed intelligente sia la sola via d’uscita. Una strada che finalmente riporterà valore al nostro lavoro e che ne farà percepire l’importanza e il valore veri al pubblico finale». Armani si spinge oltre: non solo taglia sulle sfilate extra – è stato uno dei pochi a resistere, in tempi non sospetti – ma riparte da Milano, dove da gennaio sfilerà anche il Privé (alta moda).

Dries Van Noten guida un drappello che include Marine Serre e Tory Burch e invoca sostanzialmente le stesse cose: sono i marchi più piccoli, compatti nel reclamare rilevanza.

Da Gucci, con la lingua aulica e curiale di sempre, il direttore creativo Alessandro Michele afferma: «Ho deciso di costruire un percorso inedito, lontano dalle scadenze che si sono consolidate all’interno del mondo della moda e, soprattutto, lontano da una performatività ipertrofica (sic) che oggi non trova più una sua ragion d’essere». Su dove sfilerà non si esprime.

Il bisogno di cambiamento si coagula dunque su un calendario più snello - show due volte all’anno - e su una riduzione dei volumi, con implicazioni di sostenibilità. Come questo si possa conciliare con i fatturati astronomici e con il mantenimento della attuale forza lavoro è però tutto da vedere. Al momento i vertici delle aziende, a partire dagli amministratori delegati delle società, quotate e non, indipendenti o parte di grandi gruppi, non hanno elaborato pensieri condivisi, ma decrescita e finanza sono una equazione ostica, e il rischio è che il nuovo sia una passata di smalto sul nulla.

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