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Rally del petrolio, ma l’accordo sui tagli non sarà facile

Trump dà per certo che russi e sauditi siano pronti a ridurre la produzione. Ma Riad mette gli Usa spalle al muro, chiedendo un vertice d’emergenza per spartire i sacrifici con l’Opec Plus e «altri Paesi»

di Sissi Bellomo

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(AFP)

Trump dà per certo che russi e sauditi siano pronti a ridurre la produzione. Ma Riad mette gli Usa spalle al muro, chiedendo un vertice d’emergenza per spartire i sacrifici con l’Opec Plus e «altri Paesi»


4' di lettura

Il mercato del petrolio è forse vicino a una svolta. Arabia Saudita e Stati Uniti hanno aperto la porta alla possibilità di tagli di produzione, anche di grande entità: una prospettiva che ha entusiasmato gli investitori, tanto da far impennare le quotazioni del Brent del 47% nel corso della seduta, il maggior rialzo di sempre (anche se in seguito si sono riportate poco sotto 30 dollari al barile, in progresso di circa il 20%).

Con il passare delle ore è diventato evidente che non sarà facile arrivare a un risultato concreto: non si sa ancora con precisione quali Paesi siano disposti a chiudere i rubinetti, né come si ripartiranno i sacrifici e quando lo faranno (di certo non subito, comunque).

In fin dei conti non si sa nemmeno se si arriverà davvero a un’azione coordinata: un evento storico nel caso in cui si realizzasse con la partecipazione degli Usa. Ma questa è tutt’altro che scontata.

Donald Trump – impegnato da giorni in un’intensa attività diplomatica per salvare il petrolio a stelle e strisce – ha annunciato la svolta a modo suo, con due tweet concitati in cui prefigura da parte di russi e sauditi tagli «di circa 10 milioni di barili» (al giorno, si suppone), che «potrebbero salire a 15 milioni».

Il presidente Usa afferma di aver «appena parlato» con il suo «amico Mbs», il principe saudita Mohammed Bin Salman, il quale a sua volta avrebbe parlato con il presidente russo Vladimir Putin, circostanza quest’ultima smentita dal Cremlino.

Da Riad, con un comunicato ufficiale, è invece arrivato un messaggio importante: l’Arabia Saudita chiede la convocazione di un vertice d’emergenza con la Russia, il resto della coalizione Opec Plus e «un gruppo di altri Paesi», con l’obiettivo di «raggiungere una soluzione equa per ricostituire l’equilibrio desiderato sul mercato del petrolio».

Tagli di produzione insomma, che dovrebbero essere enormi per compensare davvero il crollo della domanda provocato dal coronavirus: si stima che in questi giorni i consumi globali siano ridotti di un quarto, ossia circa 25 mbg. Il taglio forse potrebbe anche essere inferiore, per riallineare nel lungo periodo domanda e offerta: prima o poi la pandemia finirà.

Ma il problema è un altro: dal comunicato è chiaro che Riad chiuderà i rubinetti solo se lo faranno anche tutti gli altri e che stavolta la categoria non comprende solo i vecchi alleati, ma anche gli Usa e magari il Canada, il Brasile e il Messico (secondo fonti della Dow Jones i sauditi si accontenterebbero dei grandi produttori del G20). Non è una pretesa da poco.

Gli Usa vengono chiamati in causa direttamente da Riad: l’invito a riunire un vertice d’emergenza, spiega la nota, nasce dalla volontà di «sostenere l’economia globale in queste eccezionali circostanze» e «in considerazione della richiesta del presidente Usa e degli amici statunitensi».

A questo punto la palla passa a Washington, anche se gli stessi sauditi forse non aspettano altro che poter tagliare di nuovo: la promessa di inondare il mercato di greggio è difficile da mantenere mentre il mondo è in quarantena. In India diverse società hanno invocato la forza maggiore per respingere carichi da Arabia Saudita, Emirati arabi, Kuwait e Iraq, scrive la stampa locale.

Trump, oltre che lavorare sul piano diplomatico, aveva già in programma di varare misure a sostegno dell’industria petrolifera Usa. Tra oggi e domani (3 e 4 aprile) alla Casa Bianca sono in agenda consultazioni con società e organizzazioni del settore, che però appaiono divise sui rimedi da adottare, con proposte che spaziano dall’imposizione di dazi e sanzioni per limitare la concorrenza del greggio straniero, alla concessione di prestiti agevolati e sgravi fiscali.

C’è anche chi spinge per effettuare tagli di produzione coordinati, ma si tratta soprattutto di operatori dello shale oil, con bilanci disastrati ed enormi fardelli di debito, che la guerra dei prezzi (e la totale chiusura del mercato dei capitali) rischia di decimare.

Mercoledì 1° aprile c’è stata la prima vittima eccellente, Whiting Petroleum, che si è arresa al Chapter 11. Centinaia di frackers sono sull’orlo del fallimento. Ma convincere gli operatori Usa a collaborare con l’Arabia Saudita e persino con la Russia, prendendo parte a un vero e proprio cartello, non si prospetta come un compito facile. Nemmeno se è la Casa Bianca a volerlo.

Non è detto comunque che ci voglia per forza un’Opec Plus allargata. La domanda di greggio ridotta al lumicino, i prezzi troppo bassi e lo spazio di stoccaggio vicino ad esaurirsi stanno già costringendo il mercato ad adeguarsi,con una sorta di selezione darwiniana che ha già iniziato a colpire i produttori più deboli e isolati dalle infrastrutture di trasporto.

«La produzione chiuderà comunque, anzi sta già chiudendo – commenta Roger Diwan, vicepresidente di IHS Markit – Nel secondo trimestre, con o senza un accordo, saranno rimossi dal mercato 10 milioni di barili al giorno».

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