BIANCA PITZORNO

Rammendare il mondo scomparso di una sartina di fine Ottocento

di Stefano Biolchini

 August Macke, «Elisabeth Gerhardt Sewing», 1909

3' di lettura

Di Aracne ha la maestria nel ricamo, di Filomela l’arte di veicolare messaggi con il cucito: è una sartina di fine Ottocento in cerca di riscatto in una società gretta e rigidamente classista la protagonista de Il sogno della macchina da cucire, edito da Bompiani. Bianca Pitzorno, romanziera prolifica per bambini e non solo, stavolta si è cimentata in un denso e acuto romanzo a tutto tondo che per tinte e pennellate veloci costituisce un vero affresco “preraffaellita” su un mondo ormai scomparso. E fin dall’incipit il suo patto narrativo con il lettore è siglato con desueto nitore: «Ogni episodio prende spunto da un fatto realmente accaduto di cui sono venuta a conoscenza dai racconti di mia nonna, coetanea della protagonista, dai giornali di allora, dalle lettere e cartoline che lei aveva conservato in una valigia».

Al centro delle vicende quale io narrante è «una sartina come quelle a giornata che, come spiega l’autrice, era presente in tutte le case borghesi fino ai tempi della mia prima adolescenza, tanto più nell’immediato dopoguerra, quando recuperare e riutilizzare in altra forma abiti e tessuti già esistenti era obbligatorio per tutti». Poiché il tempo delle sartine è finito «scopo di questo libro è che non venga dimenticato per sempre». Così, orfana e povera la sartina del libro è educata “al mestiere sartoriale” da una nonna lungimirante, che, insegnatale la virtù dell’onestà e della discrezione, a soli sette anni la avvia alla medesima professione che con fatica lei stessa aveva esercitato presso le famiglie di una piccola città di provincia (in traluce la Sassari città natìa della scrittrice?) e che la emanciperà quale unica padrona di sé.

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Nel tempo che trascorre tra un’imbastitura e un ricamo d’asola la piccola sarta ha modo di entare in contatto, e talvolta perfino in rispettosa confidenza, con le sue committenti, che sono ricche borghesi, insegnanti americane, marchesine e potenti nobildonne. Mondi lontanissimi e socialmente ben divisi e distinti (e in Sardegna ancor più, sempre che di città sarda si tratti!) si incontrano e confrontano al tavolo da stiro mentre la mano corre veloce sulla tela e le forbici tagliano e l’ago rammenda. Drammi familiari, disgrazie e gioie, lutti e tormenti, soprusi maschilisti e miserie umane, debacle e ascese in società entrano così a far parte dello scenario ristretto di un’operaia del cucito. «Non erano tempi quelli che una moglie potesse lasciare senza conseguenze il tetto coniugale, e tantomeno che potesse tenere con sé il frutto legittimo del matrimonio».

La protagonista si interroga, e con voce ingenua interroga il lettore, sui perché di un mondo che appare complicato da sovrastrutture e barriere. «Non riuscivo a capire. In altre occasioni si era dimostrata molto battagliera nel difendere la libertà e l’onore delle donne, il loro diritto a essere trattate con rispetto, specie quelle più povere». Le relazioni al femminile scorrono per episodi e sono analizzate con la precisione del “punto ago”. «Ascoltami», disse la Miss gravemente. «Sei giovane e ti può capitare di innamorarti. Ma non permettere mai che un uomo ti manchi di rispetto, che ti impedisca di fare quello che ti sembra giusto e necessario, quello che ti piace. La vita è tua, tua, ricordalo. Non hai alcun dovere se non verso te stessa».

Quello della Pitzorno è uno stile compassato e sobrio, che procede per giustapposizioni paratattiche prive di fronzoli. La trama s’annoda senza strappi e colorandosi di molteplici aneddoti. Momenti tragici si alternano a scene di vita vissuta dagli esiti anche esilaranti. Su tutto a prevalere è la voglia femminile di riscatto sociale («temevo di fare brutta figura con le mie frasi sgrammaticate») cui fa da contraltare il senso del dovere e dei limiti quasi castali.«Avrei potuto fare un abbonamento alla Stagione lirica, sempre in loggione naturalmente...»”. E ancora, «le donne del mio ceto non portavano il cappello, neppure le più benestanti e vanitose avrebbero osato». È un piccolo mondo antico quello delle sartine in cui la saggezza popolare non ammette esibizioni, e proprio per questo la lezione che se ne trae, in tempi in cui l’apparire è essere e la pudicizia perfino un disvalore, è quanto mai attuale. Ha ragione la Pitzorno, questo libro andava scritto. E va letto. Che poi il messaggio trovi accoglienza o resti solo il bel canto d’usignolo della figlia di Pandione è tutta un’altra storia, ma questo al romanzo non si può chiedere. Sarebbe solo un’inutile impuntura di critica.

Il sogno della macchina da cucire
Bianca Pitzorno
Bompiani, Milano, pagg. 229, € 16

stefano.biolchini@ilsole24ore.com

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