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Ranieri, la gratitudine e la logica (perversa) del calcio

di Mattia Losi

(EPA)

5' di lettura

Capisco non sia facile da digerire, ma nel mondo del calcio l’esonero di Ranieri ha una sua logica. Perversa, ma ce l’ha. Intanto iniziamo con il dire che se Ranieri fosse svizzero, o portoghese, dalle nostre parti il suo licenziamento sarebbe passato quasi sotto silenzio. Una notizia, al massimo, e chiusa lì. Invece Ranieri è italiano, e allora la cosa diventa più difficile da digerire. Peccato che, e qui iniziamo a dire perché nel calcio vige una logica perversa, l’esonero e l’ingratitudine in casa Ranieri non siano una rarità. E che gli episodi più sanguinosi si siano verificati, nell’indifferenza generale, proprio dalle nostre parti.

Si inizia nel 1993, a Napoli: nella stagione precedente il buon Claudio ha ottenuto un quarto posto che garantisce ai partenopei il ritorno nelle Coppe Europee. Eppure basta una raffica di gol di Marco Van Basten (non proprio l’ultimo arrivato) che ne fa quattro al San Paolo, per convincere Corrado Ferlaino a sbattergli la porta in faccia e chiamare Ottavio Bianchi. La cronaca registra, ma nessuno solleva un dito per segnalare l’incongruenza.

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Ranieri passa alla Fiorentina: i viola sono appena retrocessi e lui li riporta subito in Serie A. Seguono a stretto giro un decimo posto al primo anno di Campionato, un quarto nel 1995-96, cui si aggiunge la vittoria della Coppa Italia. Poi Supercoppa italiana (contro il Milan), nono posto in Campionato e semifinale di Coppa delle Coppe, con l’eliminazione di misura contro il Barcellona di un certo Ronaldo (quello vero, targato Brasile...). Gratitudine? No: ciao-ciao e panchina affidata a Malesani.

A inizio ’97 Ranieri sbarca in Spagna, chiamato dal Valencia al posto di Valdano che non riesce a sbloccare una squadra mollemente ancorata all’ultimo posto. A fine stagione arriva il nono posto nella Liga, molto più della salvezza, e l’anno successivo insieme alla quarta posizione arriva anche un trofeo, la Coppa del Re, regolando per 3-0 l’Atletico Madrid. Conferma in vista? No, passa proprio all’Atletico, ma non è una stagione fortunata: il rapporto si interrompe dopo soli otto mesi, e, udite udite, è lui a dimettersi. Signori, come diceva Totò, si nasce.

Inizia così la prima avventura inglese: siamo nel 2000 e il Chelsea di allora è un misero e lontanissimo parente di quello superpotente di oggi. Ranieri lavora per costruire una squadra di alto livello e, nella stagione 2003-04, arriva al secondo posto in Premier e in semifinale di Champions. Gratitudine zero, perchè dopo aver conquistato un posto tra le prime quattro d’Europa il nuovo proprietario Roman Abramovič lo saluta e chiama José Mourinho. Proteste sulla stampa? Più o meno zero, come la gratitudine di cui sopra.

Due anni di inattività, un anno al Parma (dove conquista la salvezza) ed ecco arrivare la Juventus: siamo nel 2007 e un contratto triennale lo insedia al posto di Deschamps, che ha riportato i bianconeri in Serie A. Non è, come si può facilmente intuire, la Juventus-corazzata dei giorni nostri, eppure a due giornate dalla fine Ranieri è terzo in classifica. Lì viene fulminato da un esonero. Logico, no? Il silenzio prosegue...

Nella stagione 2009-2010 è alla Roma: arrivano la finale di Coppa Italia e il secondo posto in Campionato, entrambe le volte dietro l’Inter. Risultati tutt’altro che scontati, in casa dei giallorossi, che però esercitano il «diritto di gratitudine» esonerandolo a metà della stagione successiva. L’anno dopo, e siamo nel 2011, passa all’Inter al posto di Gasperini: una stagione disastrata, quella dei nerazzurri, che con Ranieri passano comunque il girone di Champions con un turno di anticipo e a fine marzo sono all’ottavo posto in campionato. Bye-Bye Ranieri, arriva Stramaccioni. Nessun grido di sostegno all’allenatore si sente dalle nostre parti: e questa, come abbiamo visto, è una costante.

Di nuovo all’estero, questa volta nel Campionato francese: al primo anno riporta il Monaco nella massima serie, l’anno dopo arriva (da neopromosso) secondo. Gratitudine manifestata con un esonero, visto che il contratto gli garantiva un altro anno di lavoro.

Breve parentesi (negativa) con la Nazionale greca ed ecco arrivare la favola, il sogno, la pagina da leggenda: alla guida del Leicester parte con un obiettivo chiaro, la salvezza. Giornata dopo giornata costruisce il miracolo, quel titolo di Campione inglese che la società non aveva mai vinto in 132 anni di storia. E quest’anno, pur navigando in cattive acque in Premier, è arrivato agli ottavi di Champions (con la montagna di soldi che questo significa per il Leicester) e la possibilità di arrivare ai quarti, vista la sconfitta di misura (1-2) rimediata a Siviglia.

Claudio Ranieri, storia per immagini dell’allenatore dell’anno

Claudio Ranieri, storia per immagini dell’allenatore dell’anno

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Eppure, esonerato. Dopo aver vinto il Premio come miglior allenatore dell’ultima stagione, dopo essere entrato nel mito, nel cuore di una città e nella storia del Lecicester. Tutti a gridare allo scandalo, all’incoerenza, all’ingratitudine. Ma la domanda è semplice: dove eravamo, tutti quanti, e ripeto tutti quanti e mi ci metto anch’io, quando Ranieri subiva più o meno lo stesso trattamento a Napoli, Milano, Torino, Roma, Firenze e Monaco?

La verità è che nel calcio, e spesso nello sport, come già detto vige una logica perversa per cui vincono i giocatori e perde l’allenatore. La verità è che la gratitudine non esiste: chiedere referenze a Gigi Simoni, raggiunto dalla telefonata che lo esonerava mentre tornava dall’aver ricevuto la Panchina d’Oro come miglior allenatore della stagione precedente e aver rifilato un 3-1 in Champions a una squadretta trascurabile come il Real Madrid. Oppure a Ferruccio Valcareggi, messo alla porta dalla Nazionale dopo aver vinto un titolo Europeo (1968, è ancora l’unico per l’Italia) e un secondo posto ai Mondiali del 1970. Perdendo, è bene dirlo, contro alcuni sconosciuti esponenti del calcio minore: Pelé, Jairzinho, Rivelinho, Gerson, Tostao e chi più ne ha più ne metta... Semplicemente il Brasile più forte di tutti i tempi.

La verità e che purtroppo quando il calcio dimostra gratitudine, quasi sempre fa disastri: come è accaduto, sempre per restare dalle nostre parti, con Bearzot, prolungando un’avventura azzurra che avrebbe dovuto chiudersi con il tripudio del Mondiale.

Una squadra, piaccia o meno, o manda via otto-dieci giocatori oppure esonera l’allenatore. Di solito paga l’allenatore, almeno nel calcio e nello sport. Nella vita reale non è detto. Ma nel calcio è così. Stupirsi oggi, nel caso di Ranieri, è ridicolo, in contrasto con i lunghi silenzi che hanno costellato la carriera di questo allenatore. Che tutto sommato, con il materiale a disposizione, di risultati ne ha fatti più di quanto gli sia mai stato riconosciuto.

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